Militare in divisa scura osserva dal ponte di una nave una grande petroliera grigia in mare aperto.

La Cina costruisce quella che potrebbe essere la più grande nave rifornimento navale al mondo. Non risolve il divario logistico con gli Stati Uniti, ma allunga l'autonomia dei gruppi navali cinesi nel Pacifico e riduce il valore delle basi fisse americane.

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La petroliera che allunga la portata cinese nel Pacifico

Immagini satellitari diffuse questo mese mostrano nei cantieri di una controllata della China State Shipbuilding Corporation lo scafo di una nave rifornimento di dimensioni superiori a qualunque unità comparabile in servizio. Le stime aperte parlano di un dislocamento oltre le 50.000 tonnellate, contro le circa 45.000 delle Type 901 già in linea con la marina cinese e le 31.000 delle Supply statunitensi. Il numero conta perché il tonnellaggio di una petroliera si traduce direttamente in giorni di autonomia per un gruppo navale.

Una nave del genere sposta carburante, munizioni e viveri verso navi in movimento, senza toccare terra. È la funzione che permette a una flotta di operare lontano dai porti di casa. La marina degli Stati Uniti opera così da decenni, ma appoggiandosi anche a una rete di basi: Yokosuka, Guam, Diego Garcia, Singapore. La Cina quel reticolo non lo ha. Ne ha una, Gibuti, più l’uso di scali commerciali di cui non controlla la sicurezza in caso di conflitto.

Il rifornimento in mare colma parte di quel divario. Con un’unità capace di trasferire diverse migliaia di tonnellate di combustibile per uscita, un gruppo portaerei cinese può restare operativo a est di Guam per settimane invece che per giorni. La portaerei Fujian, entrata in flotta nel 2025 con catapulte elettromagnetiche, ha bisogno esattamente di questo per proiettarsi oltre la prima catena di isole. Senza logistica mobile, una portaerei è un vincolo geografico più che uno strumento.

Una nave da guerra naviga nel Pacifico mentre una petroliera è visibile sullo sfondo.
Nave militare americana monitora la navigazione nel Pacifico. — Foto: SurfaceWarriors — BY-SA 2.0, via Openverse

Il calcolo statunitense finora si è retto sull’asimmetria opposta. Le basi nel Pacifico occidentale sono fisse, quindi bersagli noti. Il missile cinese DF-26, con gittata intorno ai 4.000 chilometri, copre Guam. I DF-21D coprono le acque entro la prima catena. Colpire coordinate fisse è più semplice che inseguire una nave in movimento. Da qui la vulnerabilità del modello americano legato agli scali: pochi punti, ben localizzati, saturabili.

La logistica navale ribalta in parte questa geometria. Una petroliera in navigazione è un bersaglio mobile, difficile da individuare e da colpire con lo stesso rapporto costo-efficacia di una pista d’atterraggio. Chi dispone di rifornimento in mare riduce la dipendenza da coordinate fisse. È la ragione per cui il Pentagono ha investito nel programma di navi logistiche e nella dispersione delle forze su più scali minori, dalle Filippine all’Australia settentrionale.

Resta una differenza di scala che il singolo scafo non cancella. La flotta di rifornimento statunitense conta oltre trenta unità tra petroliere e navi da carico munizioni. La Cina ne ha meno di dieci in classe oceanica. Una nave da record aumenta la capacità per missione, non il numero di missioni contemporanee. Per sostenere due gruppi navali su teatri distinti serve una flotta logistica, non un’ammiraglia.

Il dato industriale, però, indica direzione. I cantieri cinesi varano da anni più tonnellaggio militare di qualsiasi concorrente: la capacità produttiva navale cinese è stimata oltre duecento volte quella statunitense in tonnellaggio commerciale, e il divario si riflette, in scala minore, sul comparto militare. Costruire una petroliera più grande è un’operazione a bassa complessità tecnologica rispetto a una portaerei. Se il primo esemplare funziona, la serie arriva in fretta.

Per gli Stati Uniti il problema non è la singola nave ma la traiettoria. Ogni petroliera cinese aggiuntiva riduce il valore relativo del blocco geografico costruito attorno alle basi. Il modello americano ha resistito perché la Cina non poteva restare a lungo lontano da casa. Quel presupposto si sta erodendo, misurabile in giorni di autonomia guadagnati per ogni unità che entra in servizio.

La variabile da osservare è quante di queste navi verranno varate entro il 2028: se saranno tre o più, il gruppo portaerei cinese diventa una presenza sostenibile oltre la seconda catena di isole, non un’incursione occasionale.

Fonte originale: asiatimes.com/2026/07/chinas-mega-oiler-could-break-americas-pacifi…

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