Gli Stati Uniti estraggono terre rare ma le raffinano quasi solo in Cina. Il divario non è nel suolo, è negli impianti di separazione e nella manodopera. Perché il capitale privato non basta e cosa può spostare l'equilibrio entro il 2027.
Terre rare: perché gli Stati Uniti non riescono a colmare il divario di raffinazione
Gli Stati Uniti estraggono terre rare dal 2018, quando il sito di Mountain Pass in California ha riaperto. Ma l’estrazione non è il problema. Il concentrato uscito dalla miniera californiana viene spedito in Cina per la separazione. Washington controlla circa il 14% dell’estrazione mondiale di terre rare e meno del 1% della capacità di raffinazione. Il divario non è nel suolo. È negli impianti.
La Cina lavora circa il 90% delle terre rare raffinate del pianeta e una quota simile nella produzione di magneti permanenti al neodimio-ferro-boro, i componenti che muovono motori elettrici, turbine eoliche e sistemi di guida dei missili. Un caccia F-35 richiede oltre 400 chilogrammi di materiali di questo tipo. Un sottomarino classe Virginia più di quattro tonnellate. La dipendenza non è teorica.
La separazione delle terre rare è chimica, non mineraria. Serve una successione di stadi di estrazione con solventi per dividere elementi con proprietà quasi identiche. Un impianto competitivo ne richiede diverse centinaia. La Cina ha accumulato questa competenza in trent’anni, tollerando costi ambientali che altrove sarebbero proibitivi e comprimendo i prezzi fino a rendere non redditizio qualunque concorrente. Quando Pechino vuole, abbassa i prezzi e chiude gli impianti rivali. Lo ha fatto nel 2010 e di nuovo negli anni successivi.

Il capitale privato lo sa. Costruire un impianto di separazione costa centinaia di milioni di dollari e restituisce l’investimento solo se i prezzi restano stabili per un decennio. Ma i prezzi delle terre rare li fissa di fatto un unico produttore, che può azzerare i margini a comando. Nessun fondo finanzia un asset la cui redditività dipende dalla clemenza del principale concorrente. Questa è la ragione per cui il denaro non arriva da solo.
Da qui il ruolo dello Stato. Il Dipartimento della Difesa ha già investito in MP Materials, il gestore di Mountain Pass, garantendo un prezzo minimo d’acquisto per il neodimio-praseodimio: circa 110 dollari al chilogrammo, quasi il doppio del prezzo di mercato di riferimento. Il meccanismo non è un sussidio a fondo perduto. È un pavimento sotto i prezzi che rende calcolabile il rischio per chi mette capitale. Washington ha inoltre acquisito una quota nella società e finanziato la costruzione di un impianto di magneti in Texas destinato a produrre circa 1.000 tonnellate l’anno entro il 2025.
Il collo di bottiglia successivo è il lavoro. Un impianto di separazione richiede chimici e tecnici formati su processi che negli Stati Uniti non si insegnano da una generazione, perché la filiera è emigrata. Ricostruire la manodopera richiede più tempo della costruzione degli edifici. Le stime interne al settore parlano di cinque-sette anni per formare un organico operativo su scala industriale. Gli impianti si tirano su in due o tre.
C’è poi la geografia dell’approvvigionamento. L’Australia produce concentrato attraverso Lynas, che ha aperto un impianto di separazione in Texas con finanziamento del Pentagono. Il Canada dispone di giacimenti ma di poca raffinazione. L’accordo commerciale sui minerali tra Stati Uniti e Ucraina, firmato nel 2025, punta a titanio, litio e terre rare del sottosuolo ucraino, ma i giacimenti censiti risalgono all’epoca sovietica e molti si trovano in aree contese o vicine al fronte. La conversione di queste risorse in tonnellate raffinate resta ipotetica.
La leva cinese, nel frattempo, si è irrigidita. Nell’aprile 2025 Pechino ha introdotto controlli sull’esportazione di sette terre rare pesanti e dei magneti relativi, richiedendo licenze caso per caso. Le terre rare pesanti — disprosio, terbio — sono quelle in cui il monopolio cinese è quasi totale e per cui non esiste alternativa occidentale su scala. Un ritardo di poche settimane nelle licenze basta a fermare linee di produzione automobilistica e militare.
Lo squilibrio, quindi, si misura in tre grandezze: capacità di separazione, disponibilità di terre rare pesanti, tempo di formazione della manodopera. Gli Stati Uniti possono comprimere le prime due con capitale pubblico. La terza no.
La variabile che sposterà l’equilibrio è la resa degli impianti di magneti americani a piena capacità: se entro il 2027 la produzione interna coprirà una quota rilevante del fabbisogno della difesa, la leva delle terre rare pesanti cinesi perderà valore; altrimenti resterà intatta.

