A dieci anni dall'accordo con le FARC, una coalizione di comunità etniche e contadine colombiane scrive al Consiglio di Sicurezza dell'Onu per denunciare le minacce a una pace che nei territori periferici non è mai davvero arrivata.

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La pace colombiana chiede aiuto al Palazzo di Vetro, dieci anni dopo

A Bojayá, nel Chocó, la chiesa ricostruita dopo il massacro del 2002 conserva un Cristo mutilato che è diventato simbolo di ciò che l’accordo di pace avrebbe dovuto chiudere per sempre. È da questa parte di Colombia – i litorali del Pacifico, le pianure amazzoniche, i territori dove la parola “Stato” arriva spesso più tardi della coca – che partono le firme di una lettera aperta indirizzata al presidente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Una coalizione di organizzazioni che dice di rappresentare popoli etnici e comunità contadine chiede alla comunità internazionale di guardare a ciò che resta dell’intesa siglata nel 2016 tra il governo di Bogotá e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia.

Il tempismo non è casuale. L’accordo si avvicina al decimo anniversario, soglia che nella cronaca produce bilanci e nella politica produce inventari di promesse non mantenute. La richiesta di fondo è che gli organismi internazionali – in particolare la Missione di verifica dell’Onu, già operativa da anni – rafforzino il monitoraggio sull’attuazione, in un momento in cui la geografia della violenza sta riorganizzandosi anziché ritirarsi.

Un vuoto occupato da altri

Quando le FARC deposero le armi, lasciarono un territorio. Non un vuoto amministrativo astratto: corridoi per la cocaina, miniere illegali d’oro, rotte fluviali, tassazioni informali su ogni attività economica lecita e illecita. Chiunque abbia studiato l’economia di queste regioni sapeva che quello spazio non sarebbe rimasto sgombro. A occuparlo sono arrivate dissidenze delle stesse FARC che non accettarono l’accordo, la guerriglia dell’ELN mai smobilitata, e strutture criminali di matrice diversa che trattano il controllo territoriale come un investimento con ritorni misurabili.

Aula del Consiglio di Sicurezza dell'ONU con seggi in semicerchio e murale raffigurante scene di conflitto.
Consiglio di Sicurezza ONU, sede di New York, aula riunioni. — Foto: Bernd Untiedt, Germany — BY-SA 3.0, via Openverse

La logica è meno ideologica di quanto suggerisca il vocabolario della guerra civile. Il prezzo internazionale dell’oro, che negli ultimi anni si è mantenuto su livelli storicamente elevati, ha reso l’estrazione illegale in alcune zone più redditizia della cocaina, con il vantaggio aggiuntivo che il metallo, una volta fuso, non ha odore né tracciabilità paragonabile a quella di un carico di stupefacenti. È un dettaglio che complica la narrazione consueta – quella secondo cui in Colombia tutto ruota intorno alla foglia – e spiega perché il controllo di un fiume del Chocó valga oggi una guerra tra gruppi che sulla carta non hanno nulla da spartire.

La firma dei leader sociali

Il dato che rende la lettera più di un esercizio retorico è quello degli omicidi mirati. Da quando l’accordo è entrato in vigore, centinaia di leader sociali, difensori dei diritti umani e attivisti ambientali sono stati uccisi. Le cifre variano a seconda della metodologia di conteggio, ma tutte le fonti indipendenti concordano su un ordine di grandezza che colloca la Colombia tra i Paesi più pericolosi al mondo per chi rivendica un titolo di proprietà collettiva o denuncia una miniera abusiva. A questi si aggiungono gli ex combattenti smobilitati assassinati dopo la consegna delle armi, un capitolo che pesa sulla credibilità stessa del patto: chi depone il fucile e viene ucciso diventa un argomento a favore di chi il fucile non lo ha deposto.

Il governo di Gustavo Petro, primo presidente di sinistra nella storia del Paese, ha costruito la propria politica di sicurezza attorno alla formula della “paz total”, la pace totale: negoziati simultanei con più gruppi armati e criminali, nella scommessa di smontare l’intero mosaico anziché un tassello alla volta. I risultati, a metà mandato, sono ambivalenti. Alcuni cessate il fuoco reggono, altri sono saltati, e diverse organizzazioni hanno usato le tregue per consolidare posizioni. La coalizione che scrive all’Onu appartiene in larga parte al mondo che ha sostenuto Petro, il che rende la lettera meno un attacco all’esecutivo e più il segnale che perfino la base più fedele teme un arretramento.

Cosa può fare il Palazzo di Vetro

Le Nazioni Unite in Colombia non sono un attore nuovo. La Missione di verifica ha un mandato preciso, rinnovato periodicamente dal Consiglio di Sicurezza, e ha già ampliato più volte il proprio raggio d’azione includendo la giustizia transizionale e la protezione delle comunità. La richiesta implicita nella lettera è che quel mandato non solo prosegua, ma acquisisca strumenti più robusti su verifica e allerta precoce.

Resta la domanda di fondo, che nessuna risoluzione risolve: un accordo di pace vive dell’attuazione, e l’attuazione costa. Riforma agraria, sostituzione delle colture, presenza istituzionale nei territori periferici richiedono risorse che competono con altre priorità di bilancio in un Paese di reddito medio con vincoli fiscali stringenti. La comunità internazionale può monitorare, denunciare, certificare. La parte più difficile – portare lo Stato dove finora è arrivata solo l’economia illegale – rimane un compito interno. E le firme in calce a quella lettera lo sanno meglio di chiunque altro.

Fonte originale: latinamericareports.com/colombia-advocacy-groups-turn-to-united-nat…

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