I ministri degli Esteri dell'ASEAN chiedono il transito sicuro nello Stretto di Hormuz, da cui dipende gran parte dell'energia importata dalla regione. Ma il blocco ha leve diplomatiche, non militari, per un corridoio che non controlla.
Hormuz visto da Kuala Lumpur: perché l’ASEAN teme lo Stretto che non controlla
I ministri degli Esteri dell’ASEAN si riuniscono con un dossier che nessuno dei dieci Paesi membri può risolvere da solo: la percorribilità dello Stretto di Hormuz. La richiesta condivisa è la ripresa del transito sicuro e continuo di navi e aeromobili. È un linguaggio prudente per un problema concreto.
Da Hormuz passa circa un quinto del petrolio commerciato via mare e una quota simile del gas naturale liquefatto. Larga parte di quel flusso non resta nel Golfo: risale verso est. Cina, Giappone, Corea del Sud e i mercati del Sud-est asiatico assorbono la maggioranza dei carichi che attraversano quel corridoio largo, nel punto più stretto, poco più di trenta chilometri.
Per l’ASEAN il calcolo è diretto. Malesia, Thailandia, Filippine e Indonesia importano gran parte del greggio che raffinano. Singapore è il primo hub di bunkeraggio del mondo e vive di volumi in transito. Un’interruzione a Hormuz non richiede il blocco totale per fare danno: basta un aumento dei premi assicurativi e dei tempi di rotta per spostare il costo dell’energia lungo tutta la regione.
Il meccanismo di trasmissione è misurabile. Quando il rischio nel Golfo sale, i noli delle petroliere di classe VLCC salgono con lui, e i premi di guerra sulle assicurazioni marittime possono moltiplicarsi in pochi giorni. Ogni dollaro in più sul barile e ogni punto in più sul nolo si scaricano sui bilanci pubblici dei Paesi che sussidiano i carburanti, cioè quasi tutti quelli dell’area.

Le alternative fisiche a Hormuz sono limitate. La pipeline saudita est-ovest e il tracciato emiratino verso Fujairah possono deviare qualche milione di barili al giorno, ma non l’intero volume che oggi passa via mare. La chiusura o il rallentamento dello Stretto non ha, per ora, un sostituto capace di assorbire tutta la portata.
C’è poi la variabile della rotta lunga. Se il traffico si sposta per evitare zone a rischio, le navi dirette in Asia allungano il viaggio e consumano capacità di stiva. Meno navi disponibili nello stesso momento significa noli più alti anche su tratte che con il Golfo non c’entrano. È così che una crisi mediorientale diventa un problema di prezzo a Giacarta e a Manila.
L’ASEAN non ha strumenti militari per garantire la navigazione. Non dispone di una forza navale comune né di un mandato per pattugliare acque lontane. La sua leva è diplomatica e commerciale: dichiarazioni congiunte, pressione sui partner del dialogo, gestione dei propri stretti interni. Malacca e Singapore, sotto sorveglianza congiunta di Indonesia, Malesia e Singapore, restano la parte del corridoio che i dieci possono davvero amministrare.
Il vertice arriva mentre altri fascicoli premono sullo stesso tavolo. Il Myanmar resta sospeso dal formato ministeriale per la mancata attuazione degli impegni presi dopo il colpo di Stato del 2021. Nel Mar Cinese Meridionale gli incidenti tra guardie costiere cinese e filippina si sono ripetuti, con collisioni e uso di cannoni ad acqua documentati negli ultimi mesi. La postura dell’ASEAN su Hormuz misura, indirettamente, quanto peso il blocco creda di avere fuori dal proprio cortile.
Il punto politico è la neutralità. Il Sud-est asiatico compra energia dal Golfo, riceve investimenti dalla Cina, ospita catene produttive americane. Prendere posizione netta su un conflitto che coinvolge l’Iran costerebbe da qualche parte. La formula sul transito sicuro serve proprio a chiedere stabilità senza attribuire colpe, così da non compromettere nessuno dei tre rapporti.
Resta il limite strutturale. Una dichiarazione dei ministri non muove una nave né abbassa un premio assicurativo. Vale come segnale ai mercati e ai grandi attori esterni che la stabilità di Hormuz è un interesse asiatico, non solo mediorientale. Ma la capacità di incidere è proporzionale al peso commerciale del blocco, non alla sua voce.
La variabile da osservare è il comportamento del traffico nel Golfo nelle prossime quattro-sei settimane: se i premi di guerra restano elevati e le compagnie continuano a deviare, il costo dell’energia in Asia sud-orientale salirà prima di qualsiasi comunicato.

