Il JNIM sposta la sua pressione sulle strade e sui rifornimenti, arrivando a lambire Bamako. La giunta maliana e gli alleati russi non hanno invertito la traiettoria del conflitto, mentre le cifre restano difficili da verificare e l'attenzione internazionale cala.
Il Mali stringe l’assedio a Bamako: il JNIM sposta il fronte sulle strade
La domanda che circola tra gli analisti del Sahel non riguarda più le singole imboscate, ma la geografia del controllo: chi decide oggi quali strade si possono percorrere in Mali? La risposta, alla fine dell’estate, pende sempre più verso il Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, la coalizione jihadista legata ad al-Qaeda che dal 2017 tiene insieme sotto un’unica bandiera formazioni nate lungo faglie etniche e locali che l’amministrazione coloniale francese aveva già faticato a governare.
Negli ultimi mesi il JNIM ha cambiato metodo. Meno assalti frontali alle guarnigioni, più blocchi economici: interdizione delle arterie che collegano le regioni interne, attacchi ai convogli di carburante, sequestri di autocisterne. È una strategia che punta a soffocare le città asfissiandone i rifornimenti, e che ha lambito perfino le vie di accesso a Bamako, la capitale, un tempo considerata al riparo dalla pressione diretta del gruppo. Il segnale politico è chiaro: il fronte non è più confinato al nord desertico o al centro rurale, ma tocca l’asse vitale del Paese.

La giunta militare al potere dopo i colpi di Stato del 2020 e del 2021 aveva costruito la propria legittimità sulla promessa di sicurezza. Aveva rotto con Parigi, espulso la missione francese Barkhane e la forza europea Takuba, chiuso la lunga stagione della missione delle Nazioni Unite, la MINUSMA, ritirata nel 2023. Al loro posto sono arrivati gli istruttori russi, prima inquadrati sotto l’insegna Wagner e poi riorganizzati nell’Africa Corps controllato dal ministero della Difesa di Mosca. La sostituzione non ha invertito la traiettoria: le fonti indipendenti che monitorano il conflitto registrano un numero di vittime civili in aumento, con episodi attribuiti tanto ai jihadisti quanto alle forze governative e ai loro alleati stranieri.
I dati vanno maneggiati con prudenza. Le cifre sulle perdite militari maliane diffuse dal JNIM sono propaganda di guerra e non trovano conferma indipendente; quelle ufficiali della giunta tendono nella direzione opposta. Gli osservatori che aggregano notizie sul terreno indicano comunque una crescita degli scontri e degli attacchi lungo le direttrici stradali nell’ultima parte di luglio, ma anche questi conteggi restano parziali, perché intere aree del centro e del nord sono inaccessibili a chi non appartiene alle parti in causa. Quando un numero non si può verificare, va detto.
Il quadro regionale amplifica la posta. Mali, Burkina Faso e Niger, tutti guidati da giunte nate da colpi di Stato, hanno formato l’Alleanza degli Stati del Sahel e annunciato l’uscita dall’ECOWAS, il blocco economico dell’Africa occidentale. Hanno promesso una forza congiunta di migliaia di uomini contro i gruppi armati. Sul terreno, però, i tre eserciti condividono lo stesso problema: sono sotto pressione simultanea da parte di formazioni che si muovono attraverso frontiere porose, disegnate un secolo fa senza riguardo per i popoli che le abitano. Il JNIM colpisce in Mali e in Burkina Faso; lo Stato Islamico nel Sahel opera nella zona delle tre frontiere. La retorica dell’autonomia sovrana non ha finora prodotto la sicurezza che doveva giustificarla.
C’è un dettaglio che dice molto dello stato delle cose: nei mercati di alcune città del centro il prezzo del carburante e dei beni di prima necessità oscilla al ritmo dei blocchi stradali, e le carovane commerciali viaggiano quando e come i gruppi armati lo consentono. Il controllo del territorio, in questo tipo di guerra, si misura anche così, nel percorso di un’autocisterna.
Resta la questione dell’attenzione. Il Sahel occupa i titoli internazionali quando c’è un colpo di Stato, quando parte un contingente straniero o quando ne parte un altro. La guerra quotidiana — gli sfollati, che secondo le agenzie umanitarie si contano ormai a centinaia di migliaia solo in Mali, i villaggi svuotati, le strade interdette — scivola sotto la soglia. La partenza dei caschi blu ha tolto anche molti degli occhi indipendenti che documentavano le violenze. Non è disinteresse programmatico: è che il conflitto è diventato difficile da raccontare proprio mentre diventava più esteso. E un conflitto che non si vede è più facile da lasciar durare.

