Tavolo di relatori seduti davanti a bandiere africane durante il Marrakech Security Forum sulla lotta al terrorismo.

A sei anni da una previsione di afflusso rapido, i combattenti stranieri in Africa subsahariana crescono ma cambiano volto: meno flussi dal Medio Oriente, più mobilità interna ed economie di guerra locali che dettano il reclutamento.

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Combattenti stranieri in Africa: numeri che crescono, provenienze che cambiano

Nel 2020 alcuni analisti previdero un afflusso rapido di combattenti stranieri verso l’Africa subsahariana. La previsione fissava un orizzonte breve, circa dodici mesi. Sei anni dopo il quadro è più articolato di quanto quella cifra suggerisse.

Il dato aggregato conferma la direzione. I gruppi affiliati allo Stato Islamico e ad al-Qaeda operanti nel Sahel, nel bacino del lago Ciad e in Africa orientale contano oggi effettivi superiori rispetto al 2020. La crescita, però, riguarda in prima misura il reclutamento locale. La componente straniera resta minoritaria in termini percentuali, ma il suo peso qualitativo è aumentato.

La provenienza si è ridefinita. Meno flussi dal Medio Oriente arabo, più mobilità interna al continente e dai paesi del Maghreb. La distanza geografica pesa: chi si sposta lo fa lungo rotte terrestri già battute dai traffici, non attraverso corridoi aerei intercontinentali. Questo abbassa il costo di ingresso e riduce la tracciabilità.

Il Sahel centrale concentra la parte più consistente del fenomeno. Tra Mali, Burkina Faso e Niger la porosità dei confini permette il transito di uomini, armi e denaro senza controlli statali significativi. Il ritiro delle missioni internazionali e la riduzione della presenza francese hanno lasciato aree ampie prive di sorveglianza. La superficie non controllata dagli eserciti nazionali si misura in centinaia di migliaia di chilometri quadrati.

La provincia dell’Africa Occidentale dello Stato Islamico e i gruppi legati ad al-Qaeda hanno adattato il reclutamento alle condizioni locali. Offrono salario, protezione e accesso a economie illecite: oro artigianale, sequestri, tassazione del bestiame e dei traffici. In un’area dove il reddito medio annuo si conta in poche centinaia di dollari, la retribuzione miliziana è un fattore economico prima che ideologico.

Due ufficiali militari in uniforme conversano: uno americano in blu scuro e uno africano in divisa sabbia con gradi elevati.
Incontro tra ufficiali militari statunitensi e africani in ambito operativo. — Foto: US Army Africa — BY 2.0, via Openverse

In Africa orientale il profilo è diverso. Al-Shabaab in Somalia mantiene una capacità operativa che dipende da entrate stabili, stimate in decine di milioni di dollari l’anno, riscosse attraverso una rete di estorsioni e controllo dei porti minori. La componente straniera qui è più tecnica che numerica: specialisti in esplosivi, propaganda, finanza. Pochi individui con competenze che moltiplicano la capacità di colpire.

Il Mozambico settentrionale mostra un terzo modello. L’insurrezione nella provincia di Cabo Delgado ha attirato combattenti dai paesi vicini, in particolare Tanzania e Repubblica Democratica del Congo. L’area coincide con giacimenti di gas naturale il cui sviluppo, sospeso più volte per ragioni di sicurezza, vale decine di miliardi di dollari di investimenti esteri. La stabilità di quel territorio determina l’accesso europeo a nuove forniture di gas liquefatto.

La differenza tra questi teatri spiega perché una previsione unica non poteva reggere. Non esiste un afflusso continentale omogeneo. Esistono economie di guerra locali che assorbono manodopera secondo domanda e offerta specifiche. Dove il conflitto genera rendita, il reclutamento cresce; dove la rendita si esaurisce, gli effettivi si spostano.

La circolazione dei veterani è il fattore che collega i teatri. Combattenti con esperienza in Siria, Libia o nel Sahel portano tecniche di guerriglia e capacità di addestramento da un fronte all’altro. Il trasferimento di competenza vale più del trasferimento di uomini: un istruttore forma decine di reclute locali, riducendo la dipendenza dal reclutamento esterno.

Sul piano internazionale, la contrazione della presenza militare occidentale ha coinciso con l’ingresso di attori alternativi. Contractor russi operano in Mali, Repubblica Centrafricana e altrove, con contratti che scambiano sicurezza contro concessioni minerarie. Questo sostituisce un modello di intervento con un altro, ma non riduce necessariamente lo spazio di manovra dei gruppi armati, che continuano a controllare le zone rurali.

La misura da osservare nei prossimi dodici mesi è il volume delle entrate estrattive che finanziano l’insurrezione nel Sahel: se il prezzo dell’oro resta elevato e la produzione artigianale continua a sfuggire ai controlli statali, il reclutamento locale manterrà i gruppi autosufficienti, rendendo marginale la questione stessa dei combattenti stranieri.

Fonte originale: warontherocks.com/one-size-doesnt-fit-all-the-many-faces-of-africas…

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