Una manifestante regge un cartello con scritto "Justice & Democracy for Nicaragua" durante una protesta in strada, con…

Ortega sospende le elezioni in Nicaragua, ufficializzando una dittatura familiare che le urne truccate mascheravano da anni. Washington condanna, ma le rimesse degli emigrati e le nuove alleanze con Cina e Russia rendono il regime più solido di quanto sembri.

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Managua senza urne: Ortega archivia anche la finzione del voto

La rotonda Hugo Chávez, all’ingresso est di Managua, resta uno dei pochi monumenti che il regime non ha ancora smontato: alberi metallici gialli che di notte si illuminano, eredità estetica di una stagione in cui il petrolio venezuelano finanziava la generosità del governo sandinista. Oggi quelle strutture consumano elettricità in una città dove le opposizioni sono in esilio, i giornali chiusi e le sedi diocesane sotto sequestro. Da questo scenario arriva l’ultima decisione di Daniel Ortega: la sospensione delle elezioni. Non un rinvio, non una riforma del calendario, ma l’archiviazione dell’idea stessa di consultazione popolare.

Il Dipartimento di Stato americano ha reagito con una condanna formale, definendo la mossa il coronamento di una dittatura familiare. Il linguaggio di Washington è severo, ma va contestualizzato: il voto nicaraguense aveva smesso di essere competitivo già da tempo. Nel 2021, alla vigilia delle presidenziali, sette potenziali candidati dell’opposizione erano stati arrestati. Ortega e la moglie Rosario Murillo, vicepresidente e ormai co-titolare del potere, avevano ottenuto una vittoria priva di avversari reali. La cancellazione delle urne, in questo senso, non cambia la sostanza: elimina soltanto il costo di organizzarle.

È qui che conviene sospendere il riflesso morale e ragionare da economisti. Un’elezione, anche truccata, richiede logistica, personale, osservatori compiacenti da esibire, una campagna di legittimazione internazionale. Per un potere che non teme più alcuna contestazione interna, si tratta di una spesa senza ritorno. Rinunciarvi è, dal punto di vista del regime, una razionalizzazione dei costi. La cerimonia del consenso viene sostituita dalla sua dichiarazione.

Cattedrale bianca con cupola dorata in primo piano domina il panorama urbano, con vulcano sullo sfondo.
Cattedrale di San Salvador con vulcano alle spalle. — Foto: Diego Lopez — Pexels License, via Pexels

Il Nicaragua che Ortega governa non è però il paese impoverito del dopoguerra civile degli anni Ottanta. Nell’ultimo decennio l’economia è cresciuta in media intorno al 3-4 per cento annuo, sostenuta dalle rimesse degli emigrati, che valgono ormai una quota vicina al 30 per cento del prodotto interno lordo. È il paradosso che complica ogni lettura: la stessa repressione che spinge centinaia di migliaia di nicaraguensi verso gli Stati Uniti e il Costa Rica genera il flusso di valuta che tiene a galla i conti pubblici e, indirettamente, il regime che li fa fuggire. Chi parte finanzia chi resta al potere.

Questo spiega perché le sanzioni americane, moltiplicate negli ultimi anni contro funzionari, familiari e società collegate al governo, abbiano prodotto risultati modesti. Colpiscono i vertici, ma non intaccano l’architettura economica di base. Managua ha inoltre diversificato le proprie dipendenze: Russia fornisce cooperazione militare e di sicurezza, la Cina ha firmato un accordo di libero scambio entrato in vigore nel 2024 e finanzia infrastrutture. Il Venezuela, un tempo sponsor principale, è diventato più un modello politico che un bancomat. Ortega ha imparato dalla propria storia: l’isolamento occidentale si compensa spostando le alleanze verso oriente.

Sul piano interno, la macchina si è progressivamente serrata. Dal 2018, anno delle proteste represse con centinaia di morti secondo le organizzazioni per i diritti umani, il governo ha revocato la personalità giuridica a migliaia di organizzazioni non governative, ha espulso ordini religiosi, ha privato della cittadinanza decine di oppositori spediti all’estero. La Chiesa cattolica, storicamente influente, è stata trattata come un’insorgenza da neutralizzare. In questo contesto le elezioni erano già un guscio vuoto: la loro soppressione formalizza ciò che esisteva di fatto.

La domanda che resta è cosa significhi questa scelta per l’ordine regionale. L’America centrale sta scivolando verso modelli di potere concentrato che rivendicano efficienza contro il caos: il presidente salvadoregno Nayib Bukele ne è la versione popolare e digitale, Ortega quella arcaica e familiare. Sono percorsi diversi, ma condividono il sospetto verso i contrappesi. Washington osserva con crescente impotenza un cortile di casa che non risponde più alle sue pressioni tradizionali, mentre Pechino avanza con la pazienza di chi non chiede riforme in cambio di prestiti.

Alla rotonda degli alberi luminosi, i passanti tirano dritto. La politica, in Nicaragua, è diventata un fatto privato di due persone e di una cerchia ristretta. La cancellazione del voto non toglie a nessuno un potere che i cittadini avevano già smesso di esercitare; toglie soltanto l’ultimo pretesto per fingere che lo avessero. È una sincerità amara, il tipo di trasparenza che i regimi si concedono quando non hanno più nulla da temere.

Fonte originale: latinamericareports.com/us-condemns-nicaragua-president-ortega-for-…

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