Volontari in giubbotti fluorescenti lavorano tra le macerie di edifici residenziali distrutti dai bombardamenti.

Reti di volontari coprono lo spazio tra il danno da bombardamento e la ricostruzione ufficiale, lavorando alle riparazioni provvisorie nelle regioni vicine al fronte. Un modello fragile ma che tiene abitate zone altrimenti destinate a svuotarsi.

Ucraina: la ricostruzione affidata ai volontari lungo il fronte

C’è una parte della guerra ucraina che non si misura in chilometri quadrati riconquistati o persi. Si misura in tetti rimessi a posto prima dell’inverno, in finestre coperte con teli plastici, in muri portanti puntellati mentre l’artiglieria continua a battere a pochi chilometri di distanza. È il lavoro delle reti di volontari che, dal 2022, si sono organizzate per intervenire dove le case civili vengono danneggiate dai bombardamenti.

Il fenomeno è cresciuto in modo disordinato ma continuo. Gruppi nati sui social, associazioni religiose, squadre di operai edili che nei tempi morti caricano il furgone e partono verso le zone colpite. Non sostituiscono lo Stato: intervengono nell’intervallo tra il momento in cui una casa viene danneggiata e il momento, spesso lontano, in cui arrivano i fondi pubblici per la ricostruzione formale. Coprono l’urgenza, non la ricostruzione strutturale.

La logica geografica di questi interventi segue la mappa dei danni. Le regioni orientali e nordorientali — Kharkiv, Sumy, Chernihiv, Donetsk — restano quelle dove le squadre lavorano più vicino alla linea di contatto. Più a ovest, nelle città colpite dagli attacchi missilistici e con droni contro le infrastrutture, il lavoro è diverso: riguarda soprattutto edifici residenziali danneggiati da singoli impatti, non villaggi rasi al suolo.

Cosa dicono le cifre disponibili

La quantificazione del danno è materia delicata, perché ogni parte ha interesse a maggiorare o minimizzare. I dati più citati vengono dalla Kyiv School of Economics, che dal 2022 tiene un registro dei danni al patrimonio immobiliare e alle infrastrutture. Secondo le loro stime, aggiornate nel corso del 2024, il danno diretto al settore abitativo superava i 55 miliardi di dollari, con centinaia di migliaia di unità residenziali colpite in varia misura. Sono cifre ucraine, non verificate da organismi indipendenti sul terreno, e vanno lette come ordine di grandezza.

Volontario con giubbotto arancione e elmetto ispeziona macerie in un'area urbana devastata da conflitto.
Operatore umanitario tra le rovine di edifici distrutti in zona di conflitto. — Foto: Mohammed Soufy — Pexels License, via Pexels

La Banca Mondiale, in valutazioni congiunte con il governo ucraino e la Commissione europea, ha stimato il costo complessivo della ricostruzione del Paese su un orizzonte decennale in una cifra che nelle ultime versioni si aggira intorno ai 500 miliardi di dollari. È una stima di lungo periodo, che comprende molto più delle abitazioni: energia, trasporti, sanità, bonifica dei terreni. Anche in questo caso, si tratta di proiezioni, non di consuntivi.

Il punto che interessa qui è un altro. Tra la stima macroeconomica e la casa singola con il tetto sfondato c’è uno scarto che nessun piano ufficiale copre in tempo utile. È lo spazio in cui operano i volontari.

Riparazioni provvisorie, non ricostruzione

Va distinto ciò che queste squadre fanno da ciò che non fanno. Un intervento tipico è la messa in sicurezza: rimozione delle macerie, chiusura delle aperture, riparazione temporanea delle coperture. Serve a rendere abitabile un edificio nella stagione fredda, non a ripristinarlo. La ricostruzione vera — le fondamenta, gli impianti, la conformità antisismica e strutturale — richiede fondi, permessi e imprese, e resta in larga parte affidata ai programmi governativi e ai finanziamenti internazionali.

Il governo ucraino ha attivato dal 2023 un meccanismo di compensazione per i danni abitativi, chiamato eVidnovlennia, che consente ai proprietari di richiedere rimborsi tramite l’applicazione statale Diia. Secondo i dati del ministero competente, decine di migliaia di famiglie hanno ricevuto pagamenti o certificati per l’acquisto di nuovi alloggi. La copertura, però, riguarda soprattutto le aree lontane dal fronte, dove la ricostruzione è possibile. Nelle zone dove i combattimenti continuano, l’intervento pubblico è sospeso: si ripara solo ciò che non rischia di essere colpito di nuovo la settimana dopo.

Questo crea una geografia della ricostruzione a due velocità. Le città dell’ovest e del centro vedono cantieri, gru, edifici che tornano abitabili. Le regioni di confine con la Russia e i settori vicini alla linea di contatto restano in una condizione di riparazione perpetua e provvisoria, dove il lavoro dei volontari si somma alla constatazione che qualsiasi struttura può essere danneggiata una seconda volta.

Il limite di questo modello è evidente e i volontari stessi non lo nascondono: dipende dalle donazioni, dalla disponibilità di materiali, dalla sicurezza del momento. Non è un sistema, è una toppa. Ma è la toppa che tiene abitate zone che altrimenti si svuoterebbero del tutto.

Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, alla fine del 2024 gli sfollati interni in Ucraina restavano circa 3,7 milioni.

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