Due uomini in abito scuro seduti su poltroncine gialle di fronte a un caminetto in una stanza ufficiale con bandiere.

Il presidente Mahmoud Abbas ha manifestato l'intenzione di indire nuove elezioni presidenziali e legislative, dopo un vuoto democratico che dura dal 2006. Tra frattura Fatah-Hamas, guerra a Gaza e nodo di Gerusalemme, il percorso resta pieno di ostacoli.

Palestina al voto? Il ritorno delle urne dopo quasi vent’anni di stallo

Se le intenzioni annunciate da Ramallah troveranno concreta attuazione, i palestinesi potrebbero tornare alle urne per eleggere un nuovo presidente e un nuovo parlamento dopo un vuoto democratico che dura ormai da quasi due decenni. Il presidente Mahmoud Abbas ha infatti manifestato la volontà di indire nuove consultazioni, con le legislative previste come primo passo e le presidenziali a seguire. Un annuncio che, per quanto significativo, si scontra con una realtà politica e territoriale estremamente fragile.

Un sistema politico congelato dal 2006

Per comprendere la portata di questa notizia occorre risalire all’ultima vera prova elettorale palestinese: le legislative del gennaio 2006. In quell’occasione, contro le previsioni di molti osservatori e con grande imbarazzo delle cancellerie occidentali, il movimento islamista Hamas ottenne la maggioranza dei seggi nel Consiglio Legislativo, sconfiggendo Fatah, il partito storicamente egemone all’interno dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.

Quella vittoria elettorale, invece di aprire una fase di normalizzazione, precipitò i Territori in una crisi profonda. Il boicottaggio internazionale del nuovo governo, le tensioni interne e infine lo scontro armato del 2007 portarono alla frattura geografica e politica che ancora oggi definisce lo spazio palestinese: la Cisgiordania sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese guidata da Fatha, e la Striscia di Gaza governata da Hamas. Da allora, ogni tentativo di riconciliazione tra le due fazioni si è arenato, e nessuna nuova elezione è più stata celebrata.

Il mandato scaduto e la questione della legittimità

Mahmoud Abbas, eletto alla presidenza nel gennaio 2005 per un mandato che avrebbe dovuto concludersi nel 2009, governa da oltre quindici anni oltre la scadenza formale del suo incarico. Questa condizione di prolungata assenza di legittimazione popolare ha eroso progressivamente la credibilità dell’Autorità Palestinese, sia agli occhi della propria popolazione sia sul piano internazionale.

Il rinvio delle elezioni previste per il 2021 rappresentò l’ultimo capitolo di questa parabola. In quell’occasione, la giustificazione ufficiale fu l’impossibilità garantita da Israele di far votare i palestinesi residenti a Gerusalemme Est. Molti osservatori, tuttavia, lessero nella decisione anche il timore di Fatah di una nuova affermazione di Hamas, o quantomeno il rischio di spaccature interne alla stessa formazione, minata da rivalità tra correnti e figure emergenti.

Delegazione palestinese scende da aereo con bandiera nazionale sulla fusoliera in giornata soleggiata.
Vertici palestinesi in missione ufficiale presso aeroporto internazionale. — Foto: Diplomatic Security Service — PDM 1.0, via Openverse

Perché proprio ora

L’annuncio arriva in un momento drammatico per la causa palestinese. La guerra a Gaza, seguita agli attacchi del 7 ottobre 2023 e alla successiva offensiva israeliana, ha ridisegnato radicalmente gli equilibri interni ed esterni. In questo contesto, la prospettiva di un ritorno alle urne assume un valore che va oltre la pura procedura democratica: si tratta di ricostruire una rappresentanza politica credibile, capace di parlare a nome dei palestinesi in un eventuale processo di riorganizzazione del dopoguerra.

La comunità internazionale, e in particolare quegli attori che immaginano una futura governance palestinese unificata, considera il rinnovo delle istituzioni un passaggio ineludibile. Un’Autorità Palestinese riformata e legittimata dal voto sarebbe infatti l’interlocutore più plausibile per qualsiasi ipotesi di amministrazione post-conflitto della Striscia, alternativa sia al dominio di Hamas sia a soluzioni imposte dall’esterno.

Gli ostacoli sul cammino

Le difficoltà, tuttavia, restano enormi. In primo luogo vi è la questione territoriale: come organizzare elezioni credibili in una Gaza devastata dai combattimenti e priva di infrastrutture funzionanti? In secondo luogo, il nodo di Gerusalemme Est ripropone il problema già emerso nel 2021, poiché la partecipazione al voto dei suoi residenti dipende in larga misura dalle decisioni delle autorità israeliane.

Vi è poi il rapporto irrisolto tra Fatah e Hamas. Nessuna consultazione può dirsi realmente rappresentativa se una delle principali forze politiche palestinesi resta esclusa o boicotta il processo. La storia recente insegna che la frammentazione interna è stata la vera zavorra dell’aspirazione palestinese all’autodeterminazione, forse più ancora delle pressioni esterne.

Infine, resta il dubbio più profondo, quello sulla reale volontà politica di Ramallah. In un sistema abituato da anni a rimandare il momento della verità elettorale, l’annuncio di nuove urne rischia di trasformarsi nell’ennesima promessa senza seguito. La credibilità del percorso si misurerà non nelle dichiarazioni, ma nella capacità di fissare date certe e di garantire condizioni di svolgimento accettabili.

Il ritorno del voto rappresenterebbe comunque un segnale importante: la volontà, almeno dichiarata, di ricostruire una legittimità democratica in un contesto dove per troppo tempo la politica è stata sostituita dalla mera sopravvivenza istituzionale.

Fonte originale: ilcaffegeopolitico.net/1006316/la-palestina-si-prepara-al-ritorno-d…

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