La proposta americana di spingere Damasco a intervenire in Libano contro Hezbollah scommette su una Siria che fatica a controllare il proprio territorio. Un'analisi dei calcoli e dei rischi lungo un confine che non collabora con i piani.
Damasco, Beirut e l’idea di far combattere la Siria contro Hezbollah
C’è una geografia che si ostina a non collaborare con i piani di Washington. La proposta che circola in questi giorni – spingere la nuova Siria a rivolgere le proprie forze contro Hezbollah lungo il confine libanese – parte da una lettura elegante della mappa e finisce contro la realtà del terreno. Sulla carta l’idea ha una sua simmetria: un governo di Damasco che ha combattuto per anni contro le forze alleate a Teheran, un partito armato libanese uscito indebolito dalla guerra dell’autunno 2024, e un padrone di casa americano interessato a chiudere il conto con l’ultimo pilastro rimasto in piedi dell’asse iraniano nel Levante. Chi conosce la frontiera sa che le cose non si dispongono con questa docilità.
Il potere che oggi governa a Damasco è arrivato meno di un anno fa, dopo la caduta dei Assad nel dicembre 2024. È un potere che controlla le città più delle campagne, che tiene insieme una coalizione di fazioni con appetiti diversi, che non ha ancora ricostruito né un esercito nazionale né una struttura di sicurezza capace di presidiare tutto il territorio. Chiedergli di aprire un fronte esterno significa chiedergli di distogliere risorse da un fronte interno che è tutt’altro che pacificato: le violenze sulla costa contro la minoranza alawita nella primavera del 2025, gli scontri nel sud attorno a Suwayda con la comunità drusa in estate, le tensioni ricorrenti nelle aree curde del nord-est. Ognuno di questi teatri assorbe uomini e legittimità.

La frontiera con il Libano è essa stessa un problema, non uno strumento. Corre per circa trecentocinquanta chilometri attraverso zone dove il contrabbando è un’economia e dove le lealtà non coincidono con i confini disegnati un secolo fa. Sono le stesse valli attraverso cui, per un decennio, sono passati combattenti e armi in direzione opposta, quando Hezbollah entrava in Siria a sostenere il regime allora al potere. Rovesciare il verso di quel flusso non è un’operazione militare pulita: è la promessa di riaprire faide locali che nessuno a Damasco ha interesse a maneggiare.
Sul versante libanese il calcolo americano si appoggia a un dato reale. Hezbollah è uscito dalla guerra con Israele più debole di quanto fosse da decenni: la leadership storica decimata, l’arsenale ridotto dai bombardamenti, la catena di rifornimento dall’Iran interrotta prima dalla caduta della Siria amica e poi dai colpi incassati da Teheran nel confronto diretto con Israele del giugno 2025. Lo Stato libanese, per la prima volta da anni, discute apertamente del monopolio delle armi. Ma da un partito indebolito a un partito che si lascia disarmare da un vicino la distanza resta enorme. E un intervento siriano avrebbe l’effetto opposto a quello cercato: restituirebbe a Hezbollah la narrazione che gli serve, quella dell’aggressione esterna, riportando dalla sua parte una parte della comunità sciita che oggi ne contesta la deriva.
Vale la pena guardare a chi conviene questo assetto. A Israele, che vedrebbe un altro attore fare il lavoro sporco lungo un confine che preferisce tenere sotto controllo remoto anziché con truppe proprie. A Washington, che potrebbe presentare come successo di una politica di pressione ciò che di fatto scaricherebbe il rischio su un governo appena nato. Meno chiaro è cosa ne ricaverebbe Damasco, che dal riavvicinamento con gli Stati Uniti – e dalle prime, parziali revoche delle sanzioni concesse nel 2025 – si aspetta ricostruzione e riconoscimento, non l’onere di una guerra per procuratore combattuta per conto altrui.
C’è poi la questione israeliana in senso stretto. Le forze israeliane restano presenti in territorio siriano, oltre la zona cuscinetto occupata dopo la caduta del vecchio regime, e conducono raid quando ritengono che sia necessario. Chiedere a un governo che ancora subisce incursioni sul proprio suolo di agire come braccio operativo contro un nemico comune presuppone una fiducia che i fatti sul terreno non sostengono. Damasco ha interesse a normalizzare, non ad arruolarsi.
La tentazione di Washington è comprensibile: dopo la scomparsa del regime siriano e l’indebolimento di Teheran, il Levante appare come una partita quasi vinta, dove basterebbe un ultimo movimento per completare il quadro. Ma è proprio questa lettura da tavolo di gioco a ignorare il peso specifico di ciascuna casella. La nuova Siria è fragile precisamente dove la si vorrebbe forte, e forte solo dove non serve. Trasformare un vicino in gendarme regionale, quando quel vicino fatica a fare il gendarme in casa propria, rischia di produrre non la fine di un problema ma l’apertura di un altro, lungo una linea di confine che ha già dimostrato di non dimenticare.

