La magistratura iraniana annuncia nuove esecuzioni e agita lo spettro degli "infiltrati", usando la legge sulla sicurezza varata dopo il conflitto con Israele. I numeri raccontano un'accelerazione che parla soprattutto di politica interna.
Teheran e la contabilità delle esecuzioni dopo la guerra dei dodici giorni
La magistratura iraniana ha annunciato nuove esecuzioni e messo in guardia dagli “infiltrati”, una parola che a Teheran torna con regolarità ogni volta che il potere avverte una pressione. Non è la prima volta e non sarà l’ultima: cambia però il quadro giuridico dentro cui questi procedimenti si svolgono. Dopo i dodici giorni di scontro diretto con Israele dello scorso anno, il Parlamento ha approvato una legge che allarga le fattispecie di reato contro la sicurezza nazionale e inasprisce le pene per chi è accusato di collaborare con potenze straniere. È su quella base che una parte crescente dei processi viene ora istruita.
Vale la pena guardare ai numeri, perché sono l’unica cosa che non si presta a interpretazioni retoriche. L’Iran resta, da anni, il Paese con il maggior numero di esecuzioni al mondo dopo la Cina, per la quale i dati sono coperti dal segreto di Stato. Le organizzazioni che tengono il conto — quelle con sede fuori dal Paese, perché all’interno il monitoraggio indipendente è impossibile — segnalano da mesi un ritmo in accelerazione: centinaia di condanne capitali eseguite dall’inizio dell’anno, in larga parte per reati di droga, ma con una quota che riguarda accuse legate alla sicurezza e allo spionaggio.

La categoria dello spionaggio è quella che si è dilatata di più. Nelle settimane immediatamente successive al conflitto con Israele, le autorità avevano annunciato l’arresto di decine di persone accusate di aver fornito informazioni all’intelligence israeliana, e alcune di queste sono state giustiziate in tempi rapidi, senza che dei processi trapelasse più di qualche riga di comunicato. La guerra ha lasciato in eredità non solo danni a impianti nucleari e postazioni militari, ma anche la convinzione — fondata o strumentale — che il territorio iraniano fosse penetrato in profondità da reti avversarie. Da qui la legge, e da qui l’uso politico che se ne fa: ogni esecuzione per spionaggio è insieme una sentenza e un messaggio.
La formula dell'”infiltrato” serve esattamente a questo. È abbastanza vaga da comprendere il presunto agente straniero e il dissidente interno, il trafficante e l’attivista, e consente di trattare come questione di sicurezza ciò che altrove sarebbe archiviato come dissenso politico. Non è un’invenzione recente: la Repubblica islamica ha usato lo stesso lessico dopo le proteste del 2009, dopo quelle sul carburante del 2019, dopo il movimento nato nel 2022 attorno alla morte di Mahsa Amini. Ciò che cambia, questa volta, è che la cornice esterna — un conflitto aperto con Israele e la persistente tensione con gli Stati Uniti — offre al racconto ufficiale una plausibilità che nelle fasi di sola contestazione interna faticava a trovare.
Conviene distinguere i piani. Sul fronte esterno, Teheran esce dalla guerra dei dodici giorni con il programma nucleare colpito ma non smantellato, l’arricchimento sospeso o ridotto secondo le versioni, e un negoziato con Washington che procede a singhiozzo. Sul fronte interno, la leadership affronta un’economia logorata dalle sanzioni, una valuta debole e una popolazione che dopo ogni ondata di protesta non ha smesso di ricordare cosa chiedeva. Le esecuzioni operano su entrambi i piani: verso l’esterno mostrano un apparato di sicurezza che reagisce, verso l’interno alzano il costo della disobbedienza.
Il punto più difficile da verificare è proprio quello che le autorità vorrebbero rendere centrale: quanti dei condannati per spionaggio abbiano effettivamente lavorato per un servizio straniero. I processi si tengono a porte chiuse, gli avvocati difensori spesso non hanno accesso ai fascicoli, le confessioni trasmesse dalla televisione di Stato sono da tempo considerate poco attendibili dagli osservatori internazionali, che ne segnalano il carattere estorto. Resta quindi una zona grigia in cui la reale presenza di reti ostili — che dopo un conflitto di quella intensità non si può escludere — si mescola alla necessità del potere di dimostrare controllo. Le due cose non si contraddicono: possono coesistere, e proprio per questo la contabilità delle condanne dice più sulla politica interna iraniana che sull’effettiva estensione dello spionaggio nemico.
Nel frattempo il ritmo prosegue. Ogni nuovo annuncio della magistratura si somma al precedente, e la legge del dopoguerra fornisce lo strumento per farlo con maggiore velocità e minore trasparenza. È un assetto che rafforza, per ora, l’apparato di sicurezza e la magistratura più intransigente, a scapito di quelle componenti del regime che dopo il conflitto avrebbero preferito abbassare la tensione, dentro e fuori dai confini.

