Panorama urbano di Teheran con effetto anaglifo 3D in rosso e ciano, mostrando la densità abitativa della capitale iraniana.

Undici notti di attacchi statunitensi su Teheran e una richiesta di 70 miliardi aggiuntivi che dice ciò che i comunicati tacciono: la campagna sarà più lunga del previsto. Le asimmetrie di una guerra contate in dollari e in edifici.

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Undici notti su Teheran: l’aritmetica di una guerra che chiede più soldi

La contraerea che si accende sui cieli di Teheran non fa più notizia in sé: fa notizia il numero. Undici notti consecutive di attacchi statunitensi, e la richiesta di bilancio che arriva a Washington fotografa meglio di qualsiasi comunicato lo stato reale delle cose. Settanta miliardi di dollari aggiuntivi non si domandano per una campagna che si crede vicina alla conclusione. Si domandano quando si è capito che il calendario iniziale era ottimistico.

Vale la pena fermarsi sulla cifra, perché è lì che il discorso politico incontra i suoi limiti. Settanta miliardi sono, in ordine di grandezza, l’intero bilancio annuale della difesa di un Paese europeo di taglia media. Sono munizioni di precisione che vanno riordinate presso una filiera industriale che non le produce alla velocità con cui vengono consumate. Sono portaerei che restano in mare oltre i turni previsti, con l’usura del materiale e del personale che ne consegue. Chi chiede quei fondi sta ammettendo, senza dirlo, che gli obiettivi dichiarati all’inizio non sono stati raggiunti nei tempi promessi.

La difesa aerea iraniana, dal canto suo, continua a rispondere. Che risponda ancora dopo undici notti è un dato in sé: significa che i sistemi non sono stati annientati, come pure era stato lasciato intendere nelle prime ore. Restano attivi, cambiano posizione, sopravvivono. Non è la stessa cosa che essere efficaci — intercettare munizioni ipersoniche o a bassa segnatura radar è impresa che poche forze armate al mondo riescono a sostenere — ma è abbastanza per allungare la lista dei bersagli e, con essa, il conto.

Veduta aerea di Teheran con edifici residenziali e commerciali distribuiti su un territorio ampio circondato da montagne.
Panorama di Teheran con edifici e montagne sullo sfondo. — Foto: D-Stanley — BY 2.0, via Openverse

Cosa distingue questa volta

Le crisi tra Washington e Teheran hanno una loro cadenza riconoscibile: uno scambio di colpi, l’attivazione delle difese, poi qualche settimana di tensione e il ritorno a una diplomazia carsica fatta di messaggi passati per interposte capitali. Quello che cambia qui è la durata ininterrotta e la mancanza, finora, di una via d’uscita esplicita. Non c’è la mediazione di Oman o Qatar sventolata come nelle occasioni precedenti; non c’è una data attorno alla quale far convergere le parti. C’è, invece, una richiesta di rifinanziamento, che è il modo in cui una macchina bellica comunica di essere pronta a durare.

Il costo non è distribuito in modo simmetrico, e le asimmetrie raccontano più delle dichiarazioni. Gli Stati Uniti spendono in munizioni ad alto costo unitario, contano le ore di volo, gestiscono una logistica planetaria. L’Iran subisce sul proprio territorio: infrastrutture energetiche, siti militari, e — è la parte che i comunicati tendono a comprimere — quartieri civili nelle vicinanze degli obiettivi. Le due contabilità non si sommano nella stessa valuta. Una si misura in dollari da stanziare, l’altra in edifici da ricostruire e in persone che non torneranno.

Il fattore che va tenuto d’occhio, oltre alla contraerea, è lo Stretto di Hormuz. Finora è rimasto navigabile, e questo dice qualcosa sui calcoli di Teheran: chiuderlo significherebbe colpire i propri stessi acquirenti asiatici e trasformare una guerra bilaterale in una crisi economica globale che chiamerebbe in causa attori oggi cauti. Fino a quando il petrolio passa, la crisi resta contenuta entro un perimetro che tutte le parti, a modo loro, hanno interesse a non allargare. Il giorno in cui non passasse, l’aritmetica cambierebbe per tutti.

Chi resta a guardare

Gli alleati regionali di Washington nel Golfo osservano con un misto di sollievo e apprensione che è la loro postura abituale. Sollievo perché l’avversario storico viene indebolito senza che debbano esporsi; apprensione perché ospitano le basi da cui partono i velivoli e sanno di essere, in caso di allargamento, i primi obiettivi di rappresaglia raggiungibili. Israele sostiene la campagna ma ne teme il conto interno se dovesse trascinarsi. L’Europa emette appelli alla de-escalation che nessuno degli attori sul campo ha finora mostrato di ascoltare.

Resta la domanda che i settanta miliardi pongono in modo implicito: fino a quando. Le guerre aeree prolungate hanno una tendenza documentata a non produrre la resa dell’avversario per sfinimento, ma a esaurire chi le conduce prima di piegare chi le subisce. La richiesta di nuovi fondi è, in questo senso, una scommessa sulla resistenza fiscale e politica di Washington contro la resistenza materiale di Teheran. Nessuna delle due, per ora, ha dato segni di cedere. E finché non li dà, l’undicesima notte diventa la dodicesima, con la stessa contraerea e un conto che sale.

Fonte originale: www.aljazeera.com/video/newsfeed/2026/7/22/war-on-iran-hegseth-want…

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