Palazzo Nazionale con colonnato bianco e tetto rosso, bandiera sulla terrazza e vulcani sullo sfondo.

Il perdono presidenziale statunitense all'ex presidente honduregno condannato per narcotraffico riapre la partita politica a Tegucigalpa e mostra come la clemenza sia diventata uno strumento di politica estera.

 | 

Il perdono a Juan Orlando Hernández e la geometria variabile della guerra alla droga

A Tegucigalpa, nel quartiere di Comayagüela dove i mercati coprono le colline con lamiere e tendoni, il nome di Juan Orlando Hernández circola con la naturalezza di una vecchia abitudine. Per otto anni è stato il presidente dell’Honduras, l’uomo che prometteva mano dura ai narcotrafficanti mentre, secondo l’accusa federale statunitense, riceveva denaro dal cartello di Sinaloa e da El Chapo Guzmán in persona. Nel 2024 un tribunale di New York lo aveva condannato a quarantacinque anni di carcere. Oggi, a Comayagüela, la notizia è che un provvedimento di clemenza firmato dall’amministrazione Trump lo ha rimesso in libertà.

La vicenda merita di essere letta senza indignazione facile, perché è più interessante della sua morale. Hernández era stato per anni un partner privilegiato di Washington: alleato nella lotta al traffico, garante della stabilità in un Paese-cerniera del cosiddetto Triangolo del Nord, interlocutore comodo su migrazione e sicurezza. La sua estradizione, avvenuta pochi giorni dopo la fine del suo mandato, era stata presentata come la prova che nessuno è intoccabile. Il perdono ne è ora la contro-prova: nessuno è intoccabile, ma quasi tutti sono negoziabili.

Un condannato che era stato un alleato

Il punto politico è che l’Honduras del 2026 non è quello che aveva consegnato Hernández agli Stati Uniti. Il governo di Xiomara Castro, di orientamento opposto rispetto al Partito Nazionale dell’ex presidente, ha avuto rapporti freddi con Washington e ha flirtato con l’apertura di relazioni diplomatiche con la Cina, formalizzate nel 2023 con la rottura dei legami con Taiwan. In un contesto in cui l’influenza statunitense nell’America centrale non è più scontata, riportare in circolazione una figura del blocco conservatore non è un gesto umanitario: è un investimento su un possibile ricambio politico.

Piazza con edificio a cupola bianca circondato da colline e costruzioni coloniali, bandiera nazionale issata.
Centro storico di Tegucigalpa con palazzo istituzionale neocoloniale. — Foto: Infrogmation of New Orleans from New Orleans — BY 2.0, via Openverse

Chi tratta i cartelli come attori irrazionali, mossi solo dall’avidità, fatica a spiegare perché un capo di Stato si esponga a un rischio simile. La spiegazione è che il narcotraffico, in Honduras come in Messico, è una infrastruttura economica prima che un fenomeno criminale. Fornisce liquidità, occupazione informale, capitale politico. Un dato aiuta a complicare la lettura consolatoria: le rimesse degli emigrati honduregni valgono oltre il 25 per cento del prodotto interno lordo del Paese, una delle percentuali più alte al mondo. Significa che l’economia legale dipende dall’emigrazione tanto quanto quella illegale dipende dai corridoi verso nord. Le due cose si tengono, e chi governa lo sa.

La clemenza come strumento di politica estera

Il perdono presidenziale è, negli Stati Uniti, un potere sconfinato e sostanzialmente non sindacabile. Storicamente è stato usato per chiudere partite interne; usarlo su un condannato straniero per traffico di droga lo trasforma in uno strumento di politica estera, con un messaggio duplice. Ai propri elettori dice che la guerra alla droga resta una priorità retorica. Agli interlocutori latinoamericani dice che la retorica ha un prezzo, e che il prezzo si può contrattare.

Resta la questione giudiziaria in Honduras, dove Hernández affronta procedimenti separati. Il suo ritorno rimette in movimento un ceto politico che si credeva neutralizzato e riapre la competizione in vista delle scadenze elettorali. Per Castro è un problema: la sua legittimità si fondava anche sull’aver voltato pagina rispetto agli anni dell’ex presidente. Vederlo riemergere, per giunta grazie a una decisione presa a Washington, indebolisce quella narrazione.

C’è un elemento che vale la pena registrare senza compiacimento. La macchina statunitense che aveva costruito il caso contro Hernández — anni di indagini, testimonianze di collaboratori di giustizia, la condanna del fratello Tony già detenuto negli Stati Uniti — è la stessa che ora lo restituisce alla vita civile. Non è una contraddizione: è la coerenza di un sistema in cui la giustizia penale e la convenienza diplomatica occupano stanze diverse dello stesso edificio, e ogni tanto una porta si apre.

A Comayagüela, intanto, i mercati continuano a funzionare come sempre, indifferenti ai processi di New York. È lì che si misura la distanza tra la politica dei perdoni e la vita di chi resta: la cocaina passa comunque, le rimesse arrivano comunque, e l’unica cosa che cambia è chi, a Tegucigalpa, potrà rivendicare di averle governate.

Fonte originale: insightcrime.org/honduras-organized-crime-news/juan-orlando-hernandez/

Articoli simili

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *