Città avvolta nella foschia con strade curve, edifici sparsi e una struttura su una collina rocciosa in primo piano.

Un raid pakistano del 16 marzo su un edificio nella periferia di Kabul viene ricostruito come possibile crimine di guerra da una organizzazione per i diritti umani. Dietro l'episodio, il conflitto con il TTP e la leva economica di Islamabad sui corridoi commerciali afghani.

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Raid pakistani in Afghanistan: il rapporto sul centro colpito a Kabul

Il 16 marzo caccia pakistani hanno colpito un edificio nella periferia di Kabul. Islamabad lo ha descritto come un bersaglio militare legato ai gruppi armati che operano contro il Pakistan. Una organizzazione per i diritti umani ha ora ricostruito l’accaduto e non ha trovato conferma di quella versione. Secondo la ricostruzione, la struttura ospitava un centro per il recupero da dipendenze.

Il dato di partenza è la frequenza dei raid. Dall’inizio del 2024 le forze pakistane hanno condotto più operazioni aeree in territorio afghano, concentrate nelle province orientali di confine e, in alcuni casi, verso l’area della capitale. La distanza cambia il tipo di missione: colpire lungo la linea Durand richiede aerei a corto raggio, raggiungere Kabul comporta pianificazione più estesa e maggiore esposizione dello spazio aereo afghano, privo di difesa contraerea coordinata dopo il 2021.

La capacità operativa pakistana in questo teatro è limitata da un fattore materiale. La flotta impiegata combina velivoli di produzione statunitense e cinese, con disponibilità di munizioni guidate contenuta rispetto al numero di sortite dichiarate. Questo spinge verso ordigni meno precisi su obiettivi urbani, dove la densità abitativa aumenta la probabilità di colpire strutture civili. Il caso ricostruito dal rapporto si colloca in questa logica: assenza di segnali che l’edificio fosse un deposito o un comando, presenza invece di residenti non combattenti.

Veduta notturna di Kabul con edifici residenziali illuminati e montagne sullo sfondo coperte di luci.
Panorama notturno della capitale afghana con abitazioni e montagne. — Foto: Hassan Reza Khawari — BY 2.0, via Openverse

La contestazione riguarda la soglia giuridica. Per qualificare un raid come legittimo sotto il diritto umanitario servono verifica del bersaglio, proporzionalità e distinzione tra combattenti e civili. Il rapporto sostiene che nessuno di questi elementi risulta documentato per l’attacco del 16 marzo, e usa la formula del possibile crimine di guerra. È una definizione che non produce effetti immediati, ma alza il costo diplomatico di ogni operazione futura sullo stesso schema.

Il contenzioso di fondo è il Tehrik-i-Taliban Pakistan, il gruppo che rivendica attacchi in territorio pakistano e che Islamabad accusa Kabul di ospitare. I numeri sostengono la pressione di Islamabad: gli attentati attribuiti al TTP sono cresciuti in modo marcato dopo il ritorno dei Talebani al potere, con perdite consistenti tra le forze di sicurezza pakistane nelle province di frontiera. Da qui la scelta di colpire oltre confine anziché limitarsi al pattugliamento interno.

Il governo di Kabul respinge sia l’accusa di ospitare il TTP sia la legittimità dei raid, e ha risposto in alcuni episodi con fuoco lungo la linea di confine. Il confronto si è tradotto in chiusure ripetute dei valichi commerciali, tra cui Torkham e Chaman. Ogni chiusura ferma centinaia di camion e riduce il transito di merci in una direzione e nell’altra, con perdite quantificabili per i commercianti di entrambi i lati e aumento dei prezzi dei generi di base in Afghanistan, dove le importazioni via Pakistan restano decisive.

Sul piano economico il Pakistan dispone della leva più pesante. Controlla i corridoi principali verso il mare per un’economia afghana priva di sbocchi marittimi, e ha avviato dal 2023 rimpatri di massa di cittadini afghani presenti sul suo territorio, misurati in centinaia di migliaia di persone. Kabul ha meno strumenti di ritorsione diretta e punta a diversificare le rotte verso l’Iran, con il porto di Chabahar, e verso l’Asia centrale. La sostituzione però è parziale: i volumi movimentabili da quelle direttrici restano inferiori a quelli storicamente passati per il confine pakistano.

Il rapporto sposta un elemento nel quadro. Non modifica gli equilibri militari, ma fornisce documentazione a chi, tra i partner internazionali di Islamabad, deve valutare la vendita di sistemi d’arma o il sostegno finanziario. Un raid contestato su una struttura civile pesa nei negoziati con creditori e fornitori più di quanto pesi sul terreno.

La variabile da osservare nei prossimi mesi è il volume di attacchi TTP in territorio pakistano: se resterà sopra la media del 2024, Islamabad avrà motivo interno a ripetere i raid oltre confine, indipendentemente dal costo diplomatico segnalato dal rapporto.

Fonte originale: thediplomat.com/2026/07/amnesty-deadly-pakistan-air-strikes-on-kabu…

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