Soldati sudafricani in uniforme mimetica puntano un lanciagranate durante un'esercitazione militare.

Il capo di stato maggiore sudafricano invoca la modernizzazione delle forze armate, ma i conti restano fermi e la recente missione in Congo, costata quattordici soldati, ha mostrato i limiti operativi di Pretoria.

Il Sudafrica ammette che il suo esercito è a corto di tutto, fuorché di ambizioni

La retorica delle forze armate sudafricane funziona da anni allo stesso modo: si parla di modernizzazione mentre i mezzi arrugginiscono nei depositi. Il capo di stato maggiore della difesa, il generale Rudzani Maphwanya, ha ripetuto la formula davanti alla platea di una conferenza dedicata alla difesa a Pretoria, invocando un esercito “di oggi e del futuro”. È l’ammissione, per sottrazione, che quello di oggi non basta.

La South African National Defence Force nasce nel 1994 dalla fusione delle vecchie forze dell’apartheid con i combattenti degli eserciti di liberazione, un compromesso politico prima ancora che militare. Trent’anni dopo, quel corpo ibrido paga il prezzo di bilanci che si contraggono da oltre un decennio. La spesa per la difesa sudafricana è stimata attorno allo 0,7% del PIL, una delle quote più basse tra le economie emergenti del continente; le cifre esatte sulle dotazioni operative non sono verificabili in modo indipendente, e il ministero della Difesa tende a diffonderle in modo frammentario.

I sintomi sono noti. L’aeronautica dispone di una flotta di caccia Gripen in gran parte a terra per mancanza di manutenzione e ricambi, secondo quanto emerso in audizioni parlamentari negli anni scorsi. La marina ha visto le sue fregate e i sottomarini di costruzione tedesca operare a intermittenza. L’esercito di terra invecchia, e il reclutamento non compensa l’uscita dei veterani. Sono dati che circolano da tempo negli ambienti tecnici, ma che raramente vengono presentati insieme in un quadro coerente.

Soldati in uniforme si arrampicano su una struttura di mattoni rossi durante un'esercitazione tattica.
Militari si addestrano superando un muro di mattoni in campo aperto. — Foto: The National Guard — BY 2.0, via Openverse

Il punto di rottura più recente è arrivato in Congo. Nel dicembre 2023 Pretoria aveva schierato circa 2.900 uomini nella provincia del Nord Kivu, nell’ambito della missione della Comunità di sviluppo dell’Africa australe (SAMIDRC), a sostegno delle forze di Kinshasa contro il gruppo armato M23. All’inizio del 2025 l’offensiva del movimento ha travolto Goma: nell’operazione sono morti quattordici soldati sudafricani, il bilancio più pesante per il Paese in una singola azione da anni. Le famiglie hanno chiesto conto dell’invio di truppe prive, secondo le loro denunce, di supporto aereo e di rifornimenti adeguati. La missione è stata poi ritirata.

È in questo contesto che va letta l’insistenza sul “futuro”. Un vertice militare che parla di modernizzazione dopo una perdita simile compie un’operazione politica: sposta l’attenzione dai conti presenti alle promesse a venire. La difficoltà è che il gap tra ambizioni e risorse non si colma con i convegni. Il Sudafrica resta la principale potenza militare dell’Africa australe e uno dei perni delle missioni continentali di pace, ma le due cose iniziano a essere incompatibili: mantenere un ruolo regionale con un bilancio che non lo sostiene significa mandare uomini in teatri difficili con dotazioni insufficienti.

C’è poi una tensione di fondo che nessun piano di rilancio risolve da solo. Le forze armate sudafricane sono state costruite per non essere mai più uno strumento di repressione interna, com’erano prima del 1994; questa cautela istituzionale, sana nelle premesse, si è tradotta anche in una marginalità di bilancio che oggi limita la capacità operativa esterna. Difficile chiedere a un esercito di proiettarsi in Congo quando il suo mandato e il suo finanziamento sono tarati sulla difesa del territorio.

Le prospettive di aumento della spesa restano incerte. Il governo di coalizione uscito dalle elezioni del 2024 deve gestire priorità pressanti — energia, disoccupazione, servizi — e la difesa non è in cima all’agenda dell’elettorato. Le dichiarazioni programmatiche sulla modernizzazione, in assenza di stanziamenti pluriennali vincolanti, rischiano di restare enunciazioni.

All’esterno, la vicenda è stata seguita con attenzione modesta. La morte dei quattordici soldati ha avuto eco per qualche giorno sui media internazionali, poi il silenzio; le difficoltà strutturali della SANDF interessano soprattutto gli analisti di sicurezza africana e i partner regionali che sul Sudafrica contano per stabilizzare i propri fronti. Il continente osserva con più preoccupazione di quanta ne mostrino le cancellerie occidentali: se la principale forza armata dell’Africa australe non riesce a sostenere una missione a poche migliaia di chilometri dai suoi confini, la domanda su chi garantirà la sicurezza regionale nei prossimi anni resta senza risposta.

Fonte originale: defenceweb.co.za/sa-defence-sa-defence/we-must-make-the-sandf-a-for…

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