A Johannesburg le interruzioni idriche sono ormai una condizione permanente: una città nata sull'oro e non sull'acqua fatica a distribuirla, e la capacità di aggirare i guasti ricalca la mappa delle disuguaglianze sudafricane.
Johannesburg senza acqua: la città dell’oro e il rubinetto asciutto
A Johannesburg, la città che il capitale minerario britannico tirò su dal nulla intorno alle miniere d’oro del Witwatersrand alla fine dell’Ottocento, l’acqua arriva a singhiozzo. Non è una novità dell’ultima settimana, ed è proprio questo il punto: le interruzioni idriche sono diventate una condizione permanente, un ritmo con cui interi quartieri hanno imparato a convivere. Rubinetti che smettono di erogare per giorni, autobotti che diventano l’unica fonte affidabile, condomini che installano serbatoi privati per non dipendere più dalla rete pubblica.
Il paradosso è geografico prima ancora che politico. Johannesburg non sorge su un fiume: è una delle poche metropoli mondiali nate lontano da una grande via d’acqua, cresciuta sopra un altopiano perché lì c’era il metallo, non perché lì ci fosse da bere. L’acqua che consuma la conurbazione del Gauteng — il motore economico del Sudafrica, circa un quarto del prodotto interno lordo nazionale — viene pompata da centinaia di chilometri di distanza, in buona parte dal sistema di trasferimento che attinge alle dighe del Lesotho. È un’infrastruttura imponente e fragile allo stesso tempo, e quando qualcosa si inceppa a monte, sono i quartieri a valle a restare a secco.

Le cause della crisi si sommano. La rete di distribuzione perde una quota consistente dell’acqua immessa — le stime più citate parlano di oltre un terzo dispersa tra tubature rotte e allacci abusivi, ma i dati municipali non sono sempre coerenti tra loro e vanno presi con cautela. La domanda cresce con la popolazione, che nell’area metropolitana supera i cinque milioni di abitanti. La manutenzione è arretrata di anni. E i frequenti tagli programmati dell’elettricità, il cosiddetto load shedding che ha segnato l’ultimo decennio sudafricano, mandano in tilt le stazioni di pompaggio: senza corrente, l’acqua non sale ai serbatoi in quota, e senza serbatoi pieni i rubinetti tacciono.
Chi può, si attrezza. I ristoranti e i locali dei quartieri benestanti — Sandton, Rosebank, i sobborghi nord — hanno cisterne, pompe di emergenza, contratti con fornitori privati di autobotti. La vita notturna prosegue, con qualche accorgimento in più dietro le quinte e prezzi che assorbono il costo dell’acqua comprata a parte. Nei quartieri popolari e nelle township, dove serbatoi e generatori sono un lusso, la stessa interruzione significa file davanti alle autobotti, secchi da riempire, servizi igienici che non funzionano. La rete è una sola, ma la capacità di aggirarne i guasti è distribuita in modo diseguale, e ricalca con precisione la mappa delle disuguaglianze che il Sudafrica si porta dietro dalla fine dell’apartheid.
Le autorità del Gauteng e il gestore idrico hanno annunciato piani di investimento per la riparazione delle condotte e la costruzione di nuovi serbatoi, oltre a campagne per ridurre gli sprechi. Ma i tempi sono lunghi e le promesse si accumulano da anni, mentre l’utenza impara a considerare l’acqua corrente non come un dato di fatto bensì come un evento intermittente da programmare. Le cifre sul fabbisogno e sulle perdite variano a seconda della fonte, e questa opacità è essa stessa parte del problema: senza misure affidabili è difficile pianificare, e ancora più difficile chiedere conto a qualcuno.
La crisi idrica di Johannesburg raramente supera i confini nazionali nell’attenzione internazionale. Fa notizia il black-out elettrico che paralizza le industrie, meno il rubinetto che non dà acqua in un condominio di Yeoville. Eppure è lo stesso nodo: un’infrastruttura costruita per servire un’economia estrattiva, ereditata da uno Stato che deve ora estenderla a tutti dopo aver a lungo servito pochi, e sottoposta a una pressione demografica e climatica che non era stata prevista. Il resto del mondo guarda al Sudafrica come alla potenza più industrializzata del continente e come alla voce che presiede il G20 in questo ciclo. Il fatto che la sua principale metropoli non riesca a garantire l’acqua ai rubinetti passa quasi inosservato — un problema locale, catalogato come tale, finché non diventerà troppo grande per restare in fondo alla pagina.

