Grattacieli moderni con bandiera emiratina, piazza con fontana e palme in un centro urbano del Golfo.

Mentre la Silicon Valley discute di «singolarità», i fondi sovrani del Golfo trasformano la rendita petrolifera in infrastruttura per l'intelligenza artificiale. Ma ogni chip passa per una licenza americana: la ricchezza resta, l'autonomia si riduce.

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Golfo: l’intelligenza artificiale come nuova rendita del petrolio

La parola «singolarità» appartiene al vocabolario della Silicon Valley, e conviene lasciarla lì. Serve a vendere il futuro come qualcosa di inevitabile, e a spostare la conversazione dai bilanci trimestrali alle profezie. Ma il punto interessante, per chi guarda il Medio Oriente, non è se le macchine supereranno l’intelligenza umana. È dove finiscono i capitali che oggi finanziano quella scommessa, e cosa comprano.

Negli ultimi due anni i fondi sovrani del Golfo si sono mossi verso il settore con una regolarità che non ha più nulla di sperimentale. Abu Dhabi ha costruito attorno a G42 un intero apparato dedicato all’intelligenza artificiale, arrivando a chiudere gli accordi con Microsoft che hanno imposto, come contropartita, l’uscita da alcune partnership tecnologiche cinesi. L’Arabia Saudita ha creato Humain sotto il controllo diretto del suo fondo sovrano, con l’obiettivo dichiarato di costruire capacità di calcolo su scala nazionale. Non sono investimenti finanziari nel senso classico: sono l’acquisto di una posizione.

La logica è la stessa che ha guidato il petrolio per mezzo secolo, ribaltata. Per decenni il Golfo ha venduto una materia prima e comprato tecnologia e protezione altrove. Ora prova a diventare il luogo dove la tecnologia viene alimentata. I data center che servono ad addestrare i grandi modelli linguistici consumano quantità enormi di energia e di raffreddamento; il deserto offre spazio, sole e gas a basso costo, e fondi disposti a firmare assegni che nessun venture capitalist occidentale reggerebbe. La stessa rendita energetica che il resto del mondo vorrebbe abbandonare diventa il vantaggio competitivo per ospitare l’infrastruttura del suo abbandono.

Skyline notturna di Abu Dhabi con grattacieli illuminati riflessi nelle acque del golfo.
Lo skyline di Abu Dhabi brilla nella notte con i suoi grattacieli riflessi sull'acqua. — Foto: Leon Macapagal — Pexels License, via Pexels

Qui entra la geografia del potere, che è il mestiere di chi scrive. Ogni chip Nvidia esportato verso Riad o Abu Dhabi passa per una licenza del Dipartimento del Commercio statunitense. Washington ha trasformato l’accesso ai semiconduttori avanzati in uno strumento di allineamento: chi vuole i processori deve dimostrare di aver reciso i legami infrastrutturali con Pechino. Nel 2024 la trattativa attorno a G42 ha reso esplicito ciò che prima era implicito. La tecnologia non si vende, si concede a chi accetta le condizioni.

Per le monarchie del Golfo l’accordo è conveniente finché dura. Ricevono i chip, i partner americani, la legittimazione di essere considerate hub tecnologici invece che semplici esportatori di greggio. In cambio rinunciano all’ambiguità strategica che avevano coltivato con cura tra Stati Uniti e Cina, tenendo un piede in ciascun campo. È la stessa asimmetria che si ripresenta ogni volta: la parte che possiede l’infrastruttura critica — ieri le portaerei, oggi le fabbriche di semiconduttori — detta i termini, e la parte che possiede i capitali paga e si adegua.

Vale la pena guardare i numeri, perché raccontano più delle dichiarazioni. Gli impegni annunciati dai fondi del Golfo verso l’intelligenza artificiale si contano ormai in decine di miliardi di dollari, cifre paragonabili a quelle che gli stessi fondi destinavano un tempo alle partecipazioni immobiliari o alle squadre di calcio europee. La differenza è che un grattacielo a Londra non richiede il permesso di Washington per funzionare, un data center pieno di processori americani sì. La ricchezza resta enorme, l’autonomia nel disporne si è ridotta.

C’è poi la questione, meno discussa, di cosa questi sistemi finiscono per fare. Le stesse capacità di calcolo che servono ad addestrare un assistente conversazionale servono a elaborare immagini satellitari, a incrociare banche dati di sorveglianza, a ottimizzare la logistica militare. Il Golfo non compra intelligenza artificiale per curiosità scientifica: la compra perché governare popolazioni giovani, economie da diversificare e vicinati instabili richiede strumenti di previsione e di controllo. La retorica della «città intelligente» e quella della sicurezza interna sono lo stesso investimento visto da due angolazioni.

Chi promette la singolarità vende un orizzonte in cui la tecnologia sfugge al controllo umano. La realtà osservabile è il contrario: mai come ora la tecnologia è stata un oggetto di controllo statale esplicito, di liste di esportazione, di clausole geopolitiche scritte nero su bianco. Le macchine non hanno superato nessuno. Sono gli Stati che hanno capito quanto valgono, e hanno cominciato a litigarsele con gli strumenti di sempre. Il Golfo, che di questa partita è diventato uno dei tavoli principali, lo sa benissimo: sta comprando il posto a sedere, e conosce il prezzo del biglietto.

Fonte originale: www.aljazeera.com/news/2026/7/27/sam-altman-says-ai-has-entered-sin…

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