Mentre la diplomazia si concentra su Gaza, in Cisgiordania proseguono incursioni, arresti e violenze dei coloni: un logoramento senza tregua né calendari, che modifica il terreno un giorno alla volta.
Cisgiordania: le incursioni continuano mentre Gaza tiene la scena
Mentre l’attenzione resta fissa sulla tregua a Gaza e sui suoi calendari, in Cisgiordania la macchina delle incursioni non si è fermata un giorno. Nelle ultime ore le forze israeliane sono entrate in almeno una ventina tra cittadine e villaggi: perquisizioni casa per casa, alcune demolizioni, decine di arresti. È una routine talmente consolidata che non produce più titoli fuori dai bollettini specializzati. Ed è proprio questo il dato: la Cisgiordania è diventata il teatro dove le cose accadono senza che nessuno debba spiegarle.
Vale la pena guardare i numeri, perché sono l’unica bussola affidabile in un contesto dove tutte le parti parlano di sicurezza e di legittima difesa. Dall’ottobre 2023 gli arresti nei territori occupati si contano a decine di migliaia; la popolazione carceraria palestinese in detenzione amministrativa — cioè senza accusa formale né processo — ha toccato livelli che non si registravano da vent’anni. I morti in Cisgiordania, esclusa Gaza, superano ampiamente il migliaio nello stesso periodo. Sono cifre che raramente entrano nel racconto principale, perché non hanno la scala del disastro umanitario nella Striscia. Ma indicano una traiettoria che va nella stessa direzione da mesi, senza interruzioni negoziate.
La componente che cambia di più il quadro non è militare, è civile. Gli episodi di violenza dei coloni contro villaggi palestinesi — bestiame ucciso, uliveti bruciati, case attaccate — si sono moltiplicati, e i dati delle organizzazioni che li monitorano registrano un aumento costante rispetto agli anni precedenti. La stagione della raccolta delle olive, in particolare, è diventata un termometro affidabile: ogni autunno gli accessi ai terreni si restringono e gli scontri crescono. Ciò che distingue questa fase dalle precedenti è la sovrapposizione: le incursioni dell’esercito e le azioni dei coloni non corrono più su binari separati, ma spesso nello stesso territorio, negli stessi giorni.

Sul piano formale, l’Autorità Palestinese mantiene competenze di sicurezza in porzioni della Cisgiordania secondo la mappa disegnata trent’anni fa a Oslo. Nella pratica, le operazioni israeliane attraversano quelle linee senza attriti procedurali, e la capacità dell’Autorità di esercitare controllo — soprattutto nel nord, attorno a Jenin e Tulkarem — si è ridotta a poco. Alcuni campi profughi hanno subito operazioni prolungate con sfollamenti di migliaia di residenti, in un formato che ricorda più un intervento militare classico che un’azione di polizia. La distinzione conta, perché determina quali regole si applicano.
C’è una geometria in tutto questo che conviene osservare senza illusioni. Finché il negoziato su Gaza assorbe la diplomazia internazionale, la Cisgiordania resta fuori dall’agenda. Le mediazioni riguardano ostaggi, prigionieri, camion di aiuti, valichi: unità di misura fisiche e verificabili, che permettono di dire se un accordo regge o no. La Cisgiordania non ha una tregua da negoziare perché non c’è, formalmente, una guerra da fermare. Questo la rende invisibile ai tavoli e, allo stesso tempo, la espone a un logoramento che nessun calendario interrompe.
Le espansioni degli insediamenti seguono la stessa logica di continuità. Le approvazioni di nuove unità abitative hanno segnato ripetuti record annuali; alcune decisioni amministrative recenti hanno riguardato la regolarizzazione retroattiva di avamposti prima considerati illegali anche dal diritto israeliano. Ogni singolo passaggio è tecnico, quasi burocratico. Sommati, disegnano una realtà sul terreno che rende sempre più teorica qualsiasi mappa di separazione futura.
La retorica accompagna il tutto in modo prevedibile. Da una parte si parla di operazioni antiterrorismo mirate; dall’altra di resistenza a un’occupazione. Sono le stesse formule ripetute a ogni incursione, e la loro utilità sta proprio nell’essere intercambiabili: consentono a ciascuna parte di descrivere la propria azione come reazione all’altra. Chi legge i bollettini da abbastanza tempo riconosce che le parole non spostano il conteggio; lo spostano gli arresti, le demolizioni, gli ettari recintati.
Quel che si sta consolidando, dietro il rumore di Gaza, è un assetto in cui la Cisgiordania cambia lentamente e in una sola direzione. Non ci sono cesure drammatiche, non ci sono foto capaci di imporre un negoziato. C’è la somma quotidiana di venti villaggi perquisiti, di qualche decina di arresti, di case che spariscono. È un metodo che non chiede titoli, e che per questo funziona.

