Uomo di mezza età con baffi, indossa una camicia blu, ritratto in primo piano su sfondo neutro.

Il capo storico del cartello di Sinaloa, Ismael Zambada García, è stato condannato all'ergastolo negli Stati Uniti. Una sentenza simbolica per un'organizzazione già trasformata dal fentanyl e dalle guerre di successione.

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Messico: la condanna di El Mayo chiude un’epoca già finita

Nell’aula del tribunale federale di Brooklyn, a pochi isolati dal porto container che smista una parte del commercio legale tra le due Americhe, un uomo di settantasette anni ha ascoltato la lettura della sentenza appoggiandosi a un bastone. Ismael Zambada García, per tutti El Mayo, è stato condannato al carcere a vita senza condizionale. La cronaca giudiziaria americana lo registra come l’atto finale di quarant’anni di narcotraffico. La geopolitica del crimine messicano lo aveva già archiviato mesi prima, quando Zambada era arrivato negli Stati Uniti in circostanze che nessuno ha ancora chiarito del tutto.

La vicenda del suo arresto, nel luglio del 2024, resta il dettaglio più interessante di tutta la storia. Zambada ha sostenuto di essere stato consegnato alle autorità statunitensi contro la propria volontà, attirato in una trappola e caricato su un aereo diretto in Texas. Al suo fianco, in quel volo, c’era uno dei figli di Joaquín Guzmán Loera, il celebre Chapo. Comunque siano andate le cose, il risultato è che il capo storico di una delle organizzazioni criminali più longeve del continente è finito in una cella americana senza sparare un colpo. Per un uomo che aveva costruito la propria leggenda sull’invisibilità, l’ironia è che a tradirlo sia stata proprio la politica interna della sua stessa organizzazione.

Facciata cilindrica in vetro e acciaio della Corte federale degli Stati Uniti con aquila dorata in rilievo.
Corte federale USA dove è stato processato El Mayo Zambada. — Foto: ajay_suresh — BY 2.0, via Openverse

Vale la pena ricordare cosa distingueva Zambada dai narcotrafficanti da copertina. Non ha mai concesso interviste che lo esponessero, non ha mai fatto girare video di feste, non è mai finito in carcere fino agli ultimi mesi di vita da libero. La sua forza era una gestione discreta e una capacità di corruzione capillare dell’apparato statale messicano. In questo era più simile a un amministratore delegato che a un signore della guerra: delegava la violenza spettacolare, che porta attenzione mediatica e quindi pressione politica, e teneva per sé la logistica, i rapporti con i produttori sudamericani e la contabilità.

Qui conviene inserire il dato che complica la lettura trionfalistica. Le stime più prudenti valutano il mercato illegale della droga verso gli Stati Uniti in decine di miliardi di dollari l’anno, e il Sinaloa insieme al cartello rivale di Jalisco ne controlla la quota maggioritaria. Nessun arresto, per quanto simbolico, sposta quella cifra in modo apprezzabile. L’economia del narcotraffico funziona come un settore a domanda rigida: finché il consumo statunitense di oppioidi sintetici resta elevato, la scomparsa di un dirigente produce una riorganizzazione interna, non una contrazione dell’offerta. Il fentanyl, in particolare, ha ridotto i costi di produzione e la dipendenza dalle coltivazioni, rendendo la filiera più snella e meno vulnerabile all’arresto di singole figure. Zambada apparteneva all’era della cocaina e dell’eroina; il mercato che lascia è già un altro.

La sua uscita di scena arriva in un momento delicato per i rapporti tra Washington e Città del Messico. L’amministrazione statunitense ha inserito diversi cartelli messicani nella lista delle organizzazioni terroristiche straniere, una mossa che apre in teoria a strumenti più aggressivi, comprese pressioni su operazioni militari transfrontaliere. Il governo messicano ha respinto con fermezza qualsiasi ipotesi di interventi unilaterali sul proprio territorio, difendendo una sovranità che negli ultimi anni ha faticato a esercitare in vaste aree del Paese. La condanna di Zambada offre a entrambe le parti qualcosa da esibire: agli americani un trofeo, ai messicani la prova che il problema, ora, è custodito altrove.

Resta la questione della successione, che è poi il vero termometro di ciò che accadrà. L’assenza di Zambada e la cattura di più esponenti della famiglia Guzmán hanno spaccato il cartello di Sinaloa in fazioni che si combattono nello Stato omonimo con un’intensità che ha svuotato interi quartieri di Culiacán. La violenza che Zambada aveva sempre cercato di contenere per non attirare lo Stato è esplosa proprio quando lui non c’era più a moderarla. È la dimostrazione paradossale del suo modello: un’organizzazione criminale sopravvive meglio quando è governata come un’impresa che quando è contesa come un feudo.

Da Brooklyn, dunque, esce una sentenza che chiude un capitolo biografico e ne certifica l’irrilevanza operativa. Zambada trascorrerà in una prigione federale il tempo che gli resta. Il mercato che ha contribuito a costruire proseguirà senza di lui, con dirigenti più giovani, prodotti più economici e clienti che non hanno mai smesso di comprare. La giustizia americana ha ottenuto il suo fantasma. La domanda che nessun tribunale può giudicare è perché quel fantasma abbia potuto operare così a lungo, e con quali complicità.

Fonte originale: insightcrime.org/news/four-decades-of-el-mayos-criminal-career-end-…

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