Torre dell'orologio del Palazzo Municipale con bandiera messicana e stemma dell'aquila su edificio coloniale rosso.

Il sindaco di Temoac, ucciso nel palazzo comunale, è stato collegato dalle autorità di Morelos alla criminalità organizzata e all'omicidio di attivisti. Un caso che mostra quanto sia sottile, nel Messico municipale, la linea tra vittime e carnefici.

Morelos: quando la vittima e il carnefice sono lo stesso sindaco

Il palazzo municipale di Temoac è un edificio basso, di quelli che nelle cittadine del Morelos rurale ospitano al piano terra l’anagrafe e al primo piano l’ufficio del sindaco. È lì dentro, non in un vicolo o su una strada di campagna, che è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco Valentín Lavín Romero. La scelta del luogo non è un dettaglio: colpire un primo cittadino nella sede del suo mandato è un messaggio sulla porosità del potere pubblico, non sulla sua forza.

La vicenda diventa istruttiva proprio quando le autorità dello Stato di Morelos, nei giorni successivi all’omicidio, hanno lasciato intendere che Lavín Romero non fosse soltanto una vittima. Secondo le ricostruzioni ufficiali diffuse localmente, il sindaco avrebbe avuto legami con la criminalità organizzata e sarebbe stato collegato all’uccisione di attivisti e difensori della terra della regione. La categoria dell’amministratore-martire, comoda per i comunicati, si complica: qui la linea tra chi governa, chi delinque e chi viene eliminato è meno una barriera che una membrana.

La geografia conta più dell’ideologia

Morelos è uno Stato piccolo, incastonato a sud di Città del Messico, attraversato da corridoi che collegano il Pacifico alla capitale. Non è un santuario del narcotraffico nel senso spettacolare del termine, ma è terreno di contesa per gruppi che si occupano di estorsione, controllo del territorio e appropriazione di terreni. La figura del difensore della terra, in questo contesto, non è un’astrazione da convegno: è chi si mette fisicamente tra un progetto immobiliare o estrattivo e chi lo vuole imporre. E chi si mette in mezzo, in Messico, ha statistiche contro di sé.

Palazzo municipale rosso brillante con torre dell'orologio in piazza pubblica sotto cielo limpido.
Palazzo municipale messicano in stile coloniale, architettura caratteristica dell'America Latina. — Foto: Isai Martinez — Pexels License, via Pexels

Vale la pena guardare i numeri, perché correggono l’istinto di trattare questi omicidi come episodi isolati. Il Messico ha eletto e insediato migliaia di amministratori locali negli ultimi cicli elettorali, e per almeno un decennio gli osservatori indipendenti hanno documentato la morte violenta di decine di sindaci ed ex sindaci. La politica municipale è, in termini attuariali, uno dei mestieri più pericolosi del Paese. Ma il dato che complica la lettura consolatoria è un altro: buona parte della violenza non oppone lo Stato al crimine, bensì crimine a crimine, con l’apparato pubblico locale già assimilato da una delle parti. Il sindaco ucciso a Temoac, se le ricostruzioni reggeranno, non era un argine travolto. Era un nodo della rete.

L’attore razionale con la fascia tricolore

Conviene ragionare sui cartelli e sulle economie illegali per quello che sono: organizzazioni che allocano risorse, valutano rischi e cercano rendite. In un’aritmetica del genere, controllare un municipio non è un lusso, è un’infrastruttura. Il comune eroga permessi edilizi, gestisce appalti, dirige una polizia locale, decide dove passano le strade. Chi controlla queste leve controlla il costo di fare affari — leciti e illeciti — su un territorio. L’omicidio di un attivista che si oppone a una lottizzazione, in questa logica, non è furia cieca: è la rimozione di un ostacolo a un flusso di reddito.

Se davvero il sindaco è passato dal lato di chi ordinava quelle rimozioni per poi essere a sua volta rimosso, siamo davanti alla fisiologia di un mercato illegale che regola i propri conti interni. Il potere che si conquista comprando un’amministrazione non è mai proprietà: è affitto, revocabile con la violenza quando cambiano gli equilibri o quando l’affittuario diventa un rischio.

Resta il problema dell’accertamento. Attribuire post mortem a una vittima legami con il crimine è un atto delicato: chiude più inchieste di quante ne apra e sposta la responsabilità dallo Stato, incapace di proteggere i difensori della terra assassinati prima del sindaco, verso il sindaco stesso. È una narrazione che ha il pregio di essere probabilmente vera e il difetto di essere comoda per tutti quelli che restano. Le famiglie degli attivisti uccisi, quelle che da anni chiedono giustizia a Morelos, non ricevono risposte dal cadavere di chi forse li ha mandati a morire.

La domanda che l’omicidio nel palazzo di Temoac lascia aperta non riguarda l’uomo, ormai fuori portata di qualsiasi processo. Riguarda quante altre amministrazioni municipali, in Messico, funzionino secondo lo stesso schema senza che nessuno lo scopra finché non arriva un secondo proiettile a chiudere il primo bilancio.

Fonte originale: latinamericareports.com/mexican-authorities-say-murdered-mayor-link…

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