Portaerei americana ormeggiata al molo con bandiera Usa e complessa struttura radar sulla torre di comando.

L'Oman gestisce la propria posizione su Hormuz separando gli investimenti commerciali cinesi a Duqm dalla presenza militare anglo-americana. Un equilibrio che regge finché nessuno chiede la sovrapposizione.

 | 

Oman: come Mascate divide gli scali tra Washington e Pechino

L’Oman controlla lo stretto di Hormuz sulla sponda meridionale. Da qui transita circa un quinto del petrolio scambiato via mare a livello globale, tra i 15 e i 17 milioni di barili al giorno. La posizione vale più delle riserve interne, che restano modeste rispetto ai vicini del Golfo: circa 5,4 miliardi di barili accertati, meno del 4% del totale saudita.

Questa geografia definisce la politica estera di Mascate. Il porto di Duqm, sul mare Arabico, è fuori dallo stretto. Non dipende da Hormuz per l’accesso all’oceano. Il governo omanita vi ha investito per costruire una zona economica speciale con capacità di stoccaggio e una raffineria da 230.000 barili al giorno, operativa dal 2023. Duqm è il punto in cui convergono gli interessi esterni.

Il Regno Unito ha ottenuto a Duqm una base logistica navale, operativa dal 2018, che sostiene le operazioni britanniche nell’Indiano. Gli Stati Uniti hanno un accordo di accesso alle strutture portuali e aeroportuali omanite, rinnovato nel 2019, che consente scalo a navi e aerei militari senza basi permanenti. Londra e Washington usano l’Oman come retrovia dello stretto senza esporsi dentro lo stretto.

La Cina entra dalla porta commerciale. Il gruppo Oman Wanfang, a capitale cinese, ha impegnato risorse nella zona industriale di Duqm dal 2016, con progetti annunciati per parchi manifatturieri e infrastrutture. I dati commerciali confermano lo spostamento: la Cina assorbe circa l’80% delle esportazioni di greggio omanita. Il petrolio va a est, la sicurezza resta a ovest.

Il calcolo di Mascate è tenere separati i due flussi. Gli investimenti cinesi si concentrano sulla capacità industriale e sull’export energetico. La presenza militare anglo-americana resta sugli asset navali e aerei. Finché i due dossier non si toccano, l’Oman incassa da entrambi senza dover scegliere. È lo stesso principio che ha permesso a Mascate di mantenere canali con Teheran mentre ospitava colloqui riservati per conto di terzi.

Portaelicotteri militare attraccata in porto con container e attrezzature di servizio lungo la costa sabbiosa.
Una portaelicotteri statunitense in porto nel contesto dei traffici mediorientali. — Foto: U.S. Naval Forces Central Command/U.S. Fifth Fleet — BY 2.0, via Openverse

Il limite di questo equilibrio è nella scala degli impegni. La componente cinese a Duqm è finanziaria e commerciale, non ha finora una dimensione militare dichiarata. Se Pechino chiedesse accesso portuale per uso navale, come ha ottenuto a Gibuti dal 2017, l’Oman dovrebbe rispondere a una domanda che oggi evita. Il modello regge perché nessuno degli attori ha ancora forzato la sovrapposizione.

La dipendenza fiscale aggiunge un vincolo. Il debito pubblico omanita è sceso sotto il 35% del PIL nel 2024, dopo aver superato il 60% nel 2020, grazie ai prezzi alti del greggio e a un piano di consolidamento. Ma il bilancio resta esposto al petrolio, che copre circa il 70% delle entrate statali. Mascate ha bisogno del capitale cinese per diversificare e della copertura di sicurezza occidentale per proteggere le rotte. I due bisogni sono complementari, non alternativi.

Il confronto con gli altri Stati del Golfo mostra la specificità omanita. Gli Emirati e l’Arabia Saudita hanno investimenti cinesi più grandi in valore assoluto, ma anche legami di difesa con Washington più formalizzati e frizioni più visibili sulla questione della presenza tecnologica cinese, in particolare sulle reti di telecomunicazione. L’Oman ha volumi minori e quindi meno pressione a dichiararsi. La modestia della scala protegge la flessibilità.

Resta la variabile dello stretto. Ogni tensione tra Iran e potenze occidentali su Hormuz aumenta il valore strategico di Duqm come alternativa fuori dal collo di bottiglia. Un blocco anche parziale dello stretto sposterebbe traffico e attenzione verso il porto sull’oceano, e con essi la domanda di chi lo controlla militarmente.

La variabile da osservare nei prossimi ventiquattro mesi è se Pechino trasformerà la presenza commerciale a Duqm in una richiesta di accesso navale: quel giorno l’Oman non potrà più tenere separati i due flussi.

Fonte originale: responsiblestatecraft.org/china-oman/

Articoli simili

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *