L'escalation di violenza in Cisgiordania e le sanzioni occidentali contro le frange estremiste dei coloni sono l'ultimo capitolo di un processo di colonizzazione avviato nel 1967. Un'analisi delle radici storiche e delle conseguenze geopolitiche.
Cisgiordania, la geografia degli insediamenti: come sessant’anni di colonizzazione hanno ridisegnato la mappa
La Cisgiordania non è mai stata soltanto un territorio conteso: è una mappa in continua riscrittura, dove ogni collina occupata, ogni strada asfaltata e ogni avamposto legalizzato modifica in modo permanente il futuro politico dell’area. Le recenti tensioni, alimentate da attacchi di frange radicali dei coloni e dalle sanzioni imposte da Unione Europea, Regno Unito e altri governi contro individui e gruppi estremisti, rappresentano l’ultimo capitolo di un processo che affonda le radici nella Guerra dei Sei Giorni del 1967.
Le origini: 1967 e il vuoto giuridico
Quando nel giugno del 1967 Israele conquistò la Cisgiordania, allora sotto amministrazione giordana, insieme a Gaza, Sinai e alture del Golan, si aprì una questione destinata a non chiudersi più. La comunità internazionale, attraverso la Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, invitò al ritiro dai territori occupati, ma sul terreno prese avvio un percorso opposto. Già nel settembre 1967 il governo laburista guidato da Levi Eshkol autorizzò i primi insediamenti nella valle del Giordano, ispirandosi al cosiddetto “piano Allon”, che immaginava avamposti a scopo di sicurezza lungo il confine orientale.
Quella scelta iniziale, presentata come difensiva e temporanea, gettò le fondamenta di una dinamica che nei decenni successivi avrebbe assunto una portata ben più ampia, trasformandosi in un progetto di radicamento demografico e territoriale.
Dal messianismo religioso all’espansione sistematica
La svolta ideologica arrivò negli anni Settanta con il movimento Gush Emunim, nato dopo la guerra del Kippur del 1973. Per queste correnti, l’insediamento nella “Giudea e Samaria” — la definizione biblica della Cisgiordania — non era una questione di sicurezza, ma un imperativo religioso e nazionale. La vittoria elettorale del Likud di Menachem Begin nel 1977 diede impulso politico a questa visione, moltiplicando le colonie anche nel cuore delle aree abitate dai palestinesi.
Con gli Accordi di Oslo del 1993 e 1995 la Cisgiordania venne suddivisa in tre aree amministrative: A, B e C. Quest’ultima, che copre oltre il 60% del territorio e resta sotto pieno controllo israeliano, è diventata il principale spazio di espansione degli insediamenti. Ciò che doveva essere un assetto provvisorio, in attesa di un accordo definitivo mai raggiunto, si è cristallizzato in una realtà permanente.

Una popolazione in costante crescita
Oggi si stima che diverse centinaia di migliaia di coloni israeliani vivano in Cisgiordania, distribuiti tra grandi blocchi urbani e piccoli avamposti spesso costruiti senza autorizzazione formale. La distinzione tra insediamenti “legali” secondo il diritto israeliano e avamposti abusivi è però irrilevante sul piano internazionale: per l’ONU, la Corte Internazionale di Giustizia e la maggioranza degli Stati, l’intero sistema di colonizzazione viola la Quarta Convenzione di Ginevra, che vieta alla potenza occupante di trasferire la propria popolazione nel territorio occupato.
Il meccanismo di crescita segue una logica consolidata: un avamposto nasce come iniziativa informale, viene tollerato, poi collegato alle reti idriche ed elettriche, quindi retroattivamente legalizzato. Ogni fase riduce lo spazio geografico disponibile per un eventuale Stato palestinese contiguo, frammentando la Cisgiordania in enclave separate da strade riservate ai coloni, checkpoint e la barriera di separazione avviata nei primi anni Duemila.
La violenza dei coloni e la risposta internazionale
Il fenomeno più recente riguarda l’intensificarsi degli attacchi condotti da frange estremiste dei coloni contro villaggi e agricoltori palestinesi. Non si tratta di una novità assoluta: episodi di violenza accompagnano da decenni la vita nelle zone di attrito. Ciò che è cambiato è la reazione di alcuni governi occidentali, che hanno cominciato a imporre sanzioni mirate — congelamento di beni e divieti di ingresso — contro individui e organizzazioni ritenuti responsabili.
Si tratta di un mutamento significativo, perché per la prima volta alleati storici di Israele hanno colpito direttamente esponenti del movimento dei coloni, distinguendoli dal governo. Un segnale politico che riflette la crescente preoccupazione internazionale di fronte a un processo percepito come ostacolo definitivo alla soluzione dei due Stati.
Perché conta ora
Comprendere la geografia degli insediamenti significa capire perché ogni negoziato di pace parte da una realtà già compromessa sul terreno. I nuovi stanziamenti pubblici destinati alle colonie, così come il sostegno di settori del governo israeliano all’espansione, non sono episodi isolati ma tappe di una strategia di lungo periodo. La storia degli ultimi sessant’anni mostra che il tempo, in Cisgiordania, ha lavorato quasi sempre nella stessa direzione: quella della continuità territoriale israeliana e della frammentazione palestinese. Le sanzioni occidentali segnalano una consapevolezza crescente, ma restano lontane dal ribaltare una dinamica ormai profondamente radicata nel paesaggio e nella politica della regione.
