La tregua yemenita mediata dall'ONU regge in modo tacito ma mostra crepe crescenti sul terreno e nel negoziato politico. Tra stallo diplomatico, crisi del Mar Rosso e rivalità regionali, cresce il rischio di una riaccensione del conflitto.
Yemen, la tregua che non diventa pace: segnali di riaccensione del conflitto
Lo Yemen resta sospeso in una condizione ambigua, a metà strada tra la cessazione delle ostilità su larga scala e una pace mai realmente negoziata. La tregua mediata dalle Nazioni Unite nell’aprile 2022, pur formalmente scaduta pochi mesi dopo, ha continuato a reggere in modo tacito, riducendo drasticamente l’intensità dei combattimenti lungo i fronti principali. Oggi, tuttavia, diversi indicatori — sul terreno e nella sfera politica — suggeriscono che quell’equilibrio precario possa incrinarsi.
Il quadro militare mostra un logoramento a bassa intensità mai del tutto interrotto, con schermaglie ricorrenti attorno a Marib, Taiz e lungo la costa occidentale. Sul piano politico, il negoziato tra il movimento Houthi (Ansar Allah) e il Consiglio di comando presidenziale riconosciuto a livello internazionale è rimasto in stallo. Le trattative promosse da Riad per una road map di uscita dalla guerra hanno prodotto avanzamenti parziali, poi rallentati da divergenze su questioni cruciali: pagamento degli stipendi pubblici nelle aree controllate dagli Houthi, riapertura degli aeroporti e dei porti, calendario del ritiro delle forze straniere.
Il contesto: una guerra a più livelli
Il conflitto yemenita non è riducibile a uno scontro interno. Fin dal 2015 esso si è configurato come teatro di una competizione regionale, con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti impegnati in una coalizione contro gli Houthi, sostenuti a loro volta dall’Iran attraverso forniture e appoggio politico. Questa dimensione ha trasformato lo Yemen in uno dei fronti indiretti della rivalità tra Teheran e le monarchie del Golfo.
Il riavvicinamento diplomatico tra Arabia Saudita e Iran, avviato nel 2023 con la mediazione cinese, aveva alimentato l’aspettativa di un progressivo disimpegno saudita e di una stabilizzazione del quadro yemenita. Riad, dopo anni di costi economici e reputazionali elevati, ha manifestato la volontà di uscire dal conflitto senza tuttavia consegnare agli Houthi una vittoria politica piena. Questo obiettivo — sganciarsi mantenendo margini di influenza — resta di difficile realizzazione.
A complicare il quadro è intervenuta la crisi del Mar Rosso. Dalla fine del 2023, gli Houthi hanno colpito il traffico marittimo commerciale in solidarietà dichiarata con Gaza, provocando la risposta militare di una coalizione a guida statunitense e britannica. Questa nuova dimensione ha proiettato lo Yemen al centro di dinamiche globali legate alla sicurezza delle rotte energetiche e commerciali, sovrapponendosi alla guerra interna senza risolverla.

Le implicazioni strategiche
Una riaccensione del conflitto avrebbe conseguenze che vanno oltre i confini nazionali. Sul piano umanitario, lo Yemen resta tra le emergenze più gravi al mondo, con una popolazione dipendente in larga misura dagli aiuti e infrastrutture logistiche fragili. Ogni escalation aggrava una situazione già critica e riduce lo spazio di manovra delle organizzazioni internazionali.
Sul piano regionale, gli Houthi hanno consolidato il controllo su gran parte del nord densamente popolato e hanno rafforzato le proprie capacità militari, in particolare nel campo missilistico e dei droni. Questo li rende un attore difficilmente aggirabile in qualsiasi assetto futuro, ma anche un fattore di instabilità per la navigazione internazionale e per la sicurezza dei paesi del Golfo.
Per l’Iran, il fronte yemenita rappresenta un asset strategico a costo relativamente contenuto, capace di generare pressione sui rivali regionali e sulle potenze occidentali senza esposizione diretta. Per l’Arabia Saudita, al contrario, il rischio è di restare intrappolata in un conflitto che voleva chiudere, con la possibilità di attacchi contro il proprio territorio in caso di rottura della tregua.
Le implicazioni per gli attori esterni sono altrettanto rilevanti. Gli Stati Uniti e il Regno Unito si trovano a gestire una minaccia alla libertà di navigazione che coinvolge una delle arterie commerciali più importanti del pianeta, con effetti diretti sui costi del trasporto marittimo e sulle catene di approvvigionamento globali.
Il nodo di fondo resta politico. Senza un accordo che affronti la ripartizione del potere, il controllo delle risorse e lo status delle diverse forze armate, ogni tregua rischia di essere soltanto una pausa. Lo Yemen offre l’ennesimo esempio di un conflitto congelato ma non risolto, in cui l’assenza di guerra aperta non equivale alla pace e in cui gli equilibri regionali continuano a pesare più delle dinamiche interne.

