Uomo con carrello tra edifici bruciati e distrutti in una strada urbana deteriorata.

Ad Haiti le bande armate controllano gran parte della capitale mentre lo Stato è di fatto collassato. Un viaggio nelle cause di una crisi che dura da anni e nei limiti degli interventi internazionali.

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Haiti nel caos: quando lo Stato scompare e le bande prendono il potere

C’è un Paese, a poche centinaia di chilometri dalle coste della Florida, dove lo Stato ha smesso di funzionare. Non in senso figurato: ad Haiti, oggi, gran parte del territorio è controllato da bande armate, mentre le istituzioni pubbliche faticano perfino a garantire i servizi essenziali. Per capire come si arriva a una situazione simile, bisogna partire da lontano.

Haiti condivide l’isola di Hispaniola con la Repubblica Dominicana. È stato il primo Stato indipendente dei Caraibi e la prima nazione al mondo nata da una rivolta di schiavi, nel 1804. Ma la sua storia successiva è stata segnata da colpi di Stato, dittature, occupazioni straniere e disastri naturali, come il terremoto del 2010 che uccise oltre 200.000 persone. Ogni crisi ha lasciato cicatrici, e ha reso lo Stato sempre più debole.

Un vuoto di potere che qualcuno ha riempito

La svolta più drammatica arriva nel luglio 2021, con l’assassinio del presidente Jovenel Moïse, ucciso nella sua abitazione da un commando. Da quel momento, Haiti non ha più avuto un capo di Stato eletto. Le elezioni non si tengono da anni, il parlamento non è operativo, e il potere è passato di mano tra governi di transizione privi di reale legittimità.

Immaginate una casa in cui i genitori se ne sono andati e nessuno stabilisce più le regole: prima o poi qualcuno prende il comando, di solito il più forte e il più violento. Ad Haiti questo ruolo lo hanno assunto le bande criminali.

Non sono gruppi nati ieri. Le “gang” haitiane esistono da decenni e per lungo tempo sono state usate come strumento dai politici: servivano a intimidire gli avversari, a controllare i quartieri durante le elezioni, a garantire consenso con la forza. In cambio ricevevano armi, denaro e protezione. Ma con il collasso dello Stato, questi gruppi hanno smesso di essere pedine e sono diventati protagonisti.

Le bande controllano la capitale

Secondo le stime delle Nazioni Unite, le bande armate controllano oggi circa l’80% di Port-au-Prince, la capitale. Numerose formazioni criminali, un tempo rivali, si sono unite in coalizioni. La più nota è quella che gli haitiani chiamano “Viv Ansanm” (in creolo, “vivere insieme”), un’alleanza che nel 2024 ha lanciato attacchi coordinati contro prigioni, il porto, l’aeroporto e le sedi istituzionali.

Cartello dell'ufficio postale centrale di Haiti in un'area con edifici rovinati e persone sullo sfondo.
Sede dell'ufficio postale haitiano in mezzo alle rovine urbane. — Foto: Universal Postal Union — BY-ND 2.0, via Openverse

Il risultato è una città paralizzata. Le strade principali sono spesso bloccate, i rifornimenti di cibo e carburante arrivano a fatica, gli ospedali chiudono per mancanza di sicurezza. Le bande finanziano le loro attività con rapimenti a scopo di estorsione, controllo del contrabbando e “tasse” imposte alla popolazione e ai commercianti che attraversano i territori sotto il loro dominio.

La violenza ha costretto centinaia di migliaia di persone a lasciare le proprie case. L’ONU parla di oltre un milione di sfollati interni, cioè cittadini fuggiti dalla propria zona ma rimasti dentro i confini del Paese. A questo si aggiunge una crisi alimentare che tocca metà della popolazione.

La comunità internazionale e i suoi limiti

Di fronte al collasso, il governo di transizione haitiano ha chiesto aiuto all’estero. Nel 2023 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha autorizzato una missione multinazionale di sostegno alla sicurezza, guidata dal Kenya e composta da forze di polizia di vari Paesi. L’obiettivo era affiancare la polizia haitiana nel riprendere il controllo del territorio.

I risultati, però, sono stati modesti. La missione ha sofferto di carenza di uomini, fondi e mezzi. Le bande, meglio armate e profondamente radicate nel tessuto urbano, hanno continuato a espandersi. È emersa così una domanda scomoda: si può ricostruire la sicurezza di un Paese senza prima ricostruirne le istituzioni politiche?

Il punto è proprio questo. Le armi che alimentano le bande arrivano in larga parte dall’estero, in particolare attraverso il traffico illegale dagli Stati Uniti, dove è più facile procurarsele. Finché questo flusso non si interrompe, ogni intervento militare rischia di essere una toppa temporanea.

Perché dovrebbe interessarci

La crisi haitiana non riguarda solo i Caraibi. L’instabilità genera flussi migratori verso gli Stati Uniti e la Repubblica Dominicana, alimenta reti criminali transnazionali e mette alla prova la capacità delle organizzazioni internazionali di intervenire dove uno Stato si è dissolto.

Haiti è, in un certo senso, un laboratorio di ciò che accade quando la politica abdica al proprio ruolo. Ricostruire non significa solo cacciare le bande, ma restituire ai cittadini uno Stato in cui riconoscersi. È la sfida più difficile, e quella su cui, finora, tutti hanno fallito.

Fonte originale: insightcrime.org/haiti-organized-crime-news/haiti/

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