Postazione militare con cannone antiaereo su terrapieno desertico, montagne sullo sfondo e infrastrutture protette da…

Nuovi raid statunitensi su siti nucleari iraniani e rappresaglia missilistica di Teheran fanno vacillare l'ennesima intesa parziale, mai scritta e misurata solo in scambi di detenuti e sospensioni temporanee.

 | 

Il fuoco riprende sopra le rovine dei siti nucleari iraniani

Le colonne di fumo sopra Natanz e Isfahan sono tornate a comparire nelle immagini satellitari commerciali, e con esse la coreografia già vista in primavera: raid annunciati come chirurgici, conteggi delle vittime che salgono nelle ore successive, comunicati che parlano di obiettivi militari mentre gli ospedali provinciali diffondono numeri diversi. La differenza rispetto ai bombardamenti dell’estate scorsa non sta nella retorica, che resta identica su entrambi i fronti, ma nella soglia dei bersagli colpiti e nel margine di errore che nessuno ammette.

Washington ha rivendicato una serie di attacchi contro strutture legate al programma nucleare e alle Guardie rivoluzionarie, con un bilancio che le fonti iraniane collocano tra le decine di morti. Teheran ha risposto puntando le proprie batterie missilistiche verso basi che ospitano personale statunitense nel Golfo e in Iraq. È la sequenza consueta, ma va letta per quello che aggiunge: ogni tornata di questo scambio ha spostato più a nord e più in profondità la lista dei siti considerati legittimi. Nel 2024 si parlava di depositi e installazioni periferiche. Adesso i nomi che circolano sono quelli degli impianti di arricchimento, cioè il cuore del contenzioso che dura da vent’anni.

La tregua che era stata annunciata poche settimane fa — la si può contare come la terza intesa parziale da quando è ripresa la fase acuta dello scontro — non è mai stata un accordo scritto, ma una pausa negoziata attraverso intermediari e misurata in cose concrete: qualche scambio di detenuti al valico, un rallentamento dei sorvoli, la sospensione temporanea di alcune sanzioni sul greggio. Ognuno di quegli elementi fisici è tornato reversibile nel giro di giorni. I detenuti scambiati restano scambiati; il resto è evaporato.

Mappa aerea dell'impianto di arricchimento nucleare iraniano con cerchi rossi che indicano danni a infrastrutture e linee…
Mappa dei danni al Pilot Fuel Enrichment Plant iraniano dopo gli attacchi aerei. — Foto: WeatherWriter — BY-SA 2.0, via Openverse

Conviene guardare l’asimmetria dei mezzi, perché è lì che si capisce la traiettoria. Gli Stati Uniti operano con velivoli che partono da portaerei e da basi nel Golfo, munizioni guidate a lungo raggio, capacità di penetrazione contro bunker interrati. L’Iran risponde con missili balistici e droni la cui percentuale di intercettazione, secondo i dati diffusi dalle stesse forze israeliane e americane, resta alta ma non totale. Ciò che passa attraverso lo scudo basta a produrre vittime e danni sufficienti a giustificare la successiva rappresaglia. È un’economia della violenza in cui il più debole non punta a vincere lo scambio, ma a renderlo abbastanza costoso da riportare il più forte al tavolo.

Sul piano regionale, l’assetto che si va formando premia chi ha interesse a un Iran indebolito ma non collassato. Israele ottiene la degradazione delle capacità nucleari senza doverla eseguire da solo. Le monarchie del Golfo, che dai propri territori vedono partire e arrivare i missili, oscillano tra la richiesta di protezione e il timore di diventare bersaglio: hanno investito troppo in diversificazione economica per desiderare una guerra prolungata alle proprie porte. La Cina, principale acquirente del greggio iraniano, osserva l’oscillazione del prezzo del barile con l’attenzione di chi paga il conto senza mettere soldati sul terreno.

Le vittime civili restano il dato meno verificabile e più strumentalizzato. Teheran ha interesse a gonfiarle, Washington a minimizzarle, e le organizzazioni indipendenti che potrebbero accertarle non hanno accesso ai luoghi. Quel che si può dire con qualche certezza è che i siti nucleari colpiti si trovano vicino a centri abitati e che l’arricchimento dell’uranio, se colpito, pone problemi di contaminazione che nessuno dei comunicati affronta. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha ripetuto in questi mesi di non poter garantire il monitoraggio, il che significa che la comunità internazionale sta perdendo la capacità di sapere cosa sta accadendo dentro il programma che dice di voler fermare.

Ogni interruzione dei combattimenti finora è servita non a costruire un percorso diplomatico ma a ricostituire le scorte, riparare i lanciatori, ridislocare le difese. La pausa è diventata una fase dell’operazione, non la sua alternativa. Chi negozia lo sa, ed è forse per questo che le tregue si annunciano con toni sempre più tiepidi: l’esperienza recente ha svuotato le parole di credibilità, lasciando che a parlare siano i camion di aiuti che non arrivano, i valichi che si aprono per poche ore e i missili contati all’alba.

Fonte originale: www.aljazeera.com/news/2026/7/15/mapping-the-latest-us-strikes-acro…

Articoli simili

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *