La nuova leadership politica di Hamas rilancia la richiesta di un cessate il fuoco definitivo a Gaza, ma la parola "permanente" resta priva di contenuto condiviso: per le due parti significa l'esatto opposto.
A Gaza il cessate il fuoco regge, ma la parola “permanente” resta senza contenuto
Chi guida oggi l’ala politica di Hamas parla dall’esterno di Gaza, e questo dettaglio dice quasi tutto. La leadership che pronuncia discorsi sulla tregua non risiede più nella Striscia: si muove tra Doha, Istanbul e Il Cairo, mentre chi resta nei quartieri di Khan Younis e Rafah conta le macerie. La nuova conduzione dell’ufficio politico riprende una richiesta ormai familiare: un cessate il fuoco definitivo, non l’ennesima sospensione a scadenza. È la formula che riappare a ogni tornata negoziale, e ogni volta si scontra con la stessa ambiguità: nessuna delle parti attribuisce lo stesso significato alla parola “permanente”.
Vale la pena guardare cosa distingue questa fase dalle precedenti, perché sul piano retorico non cambia quasi nulla. Le tregue negoziate dall’ottobre 2023 hanno seguito tutte lo stesso schema: una pausa misurata in giorni, uno scambio di ostaggi e prigionieri, un aumento programmato dei camion di aiuti, poi la ripresa. La differenza sta nei numeri fisici. Nella prima sospensione, quella del novembre 2023, gli scambi riguardarono poco più di un centinaio di ostaggi contro circa duecentaquaranta detenuti palestinesi. Nell’intesa entrata in vigore all’inizio del 2025 le proporzioni si sono spostate: per ogni ostaggio israeliano rilasciato, decine di prigionieri palestinesi hanno lasciato le carceri. L’asimmetria non è un dettaglio morale, è la contabilità del rapporto di forze: chi tiene in mano meno persone deve chiederne di più in cambio.

Sul terreno il cessate il fuoco attuale regge, con violazioni puntuali che entrambi i lati attribuiscono all’altro. La questione non è più se le armi tacciano, ma cosa entra nella Striscia mentre tacciono. La soglia dei camion umanitari resta il termometro più affidabile: quando i valichi di Kerem Shalom e Rafah funzionano, i convogli salgono; quando la trattativa si irrigidisce, i tir si accumulano al confine egiziano e il flusso quotidiano crolla ben sotto le necessità di una popolazione che le agenzie ONU stimano in gran parte dipendente dagli aiuti. È in quel numero — quante centinaia di mezzi passano al giorno — che si legge lo stato reale del negoziato, molto più che nei comunicati.
La richiesta di una tregua senza scadenza serve a Hamas per un motivo pratico: una sospensione temporanea lascia a Israele la possibilità di riprendere l’offensiva una volta recuperati gli ostaggi, mentre un accordo definitivo congelerebbe l’assetto militare a favore di chi controlla ancora il territorio. Israele lo sa, ed è la ragione per cui il governo Netanyahu ha sempre resistito all’idea di impegnarsi su una fine permanente prima dello smantellamento delle capacità militari del movimento. Le due posizioni non sono negoziabili l’una nell’altra: sono l’esatto opposto travestito da linguaggio comune. Ogni mediatore — Qatar, Egitto, Stati Uniti — lavora nello spazio tra queste due impossibilità, e ciò che produce sono tregue a fasi, mai la parola che entrambi rifiutano.
C’è poi la questione di chi parla per Gaza. La catena di comando di Hamas è stata decapitata più volte: la leadership militare interna è stata in larga parte eliminata, e la conduzione politica si è ricostituita all’estero. Questo cambia la natura stessa dell’interlocutore. Un’organizzazione che decide da Doha ha un margine di manovra diverso da una che decide sotto le bombe, e non è affatto scontato che le due componenti — quella esiliata e quella superstite nella Striscia — leggano allo stesso modo i termini di un’intesa. La frammentazione della catena decisionale è uno dei motivi per cui gli accordi tengono male: firma chi non subisce direttamente le conseguenze del sì o del no.
Nel frattempo il calcolo israeliano si intreccia con la politica interna e con il fronte settentrionale. La pressione sul Libano, la gestione del confine con l’Egitto, i rapporti con Washington in una fase di transizione dell’amministrazione: ogni variabile pesa sul margine che il governo ha per concedere o negare la permanenza della tregua. E per Hamas la stessa parola serve anche a un fine interno: dimostrare, a una popolazione stremata, di aver ottenuto qualcosa che assomigli a una garanzia.
Resta il dato che nessun discorso sposta. Finché il significato di “permanente” divide chi lo pronuncia, ogni annuncio di fine delle ostilità è la descrizione di una pausa, non di una conclusione. Il numero dei camron ai valichi lo dirà prima e meglio di qualunque dichiarazione.

