La bandiera venezuelana sventola davanti al Palazzo di Miraflores, sede del governo a Caracas.

Il processo a Nicolás Maduro davanti alla giustizia federale statunitense è fissato per giugno 2027. Dietro le accuse di narcotraffico, un paese seduto sulle maggiori riserve di greggio del pianeta ma con la produzione crollata e un potere in sospensione.

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Venezuela: il processo a Maduro slitta, e Caracas resta senza risposta

Nell’aula della Corte distrettuale meridionale di New York, a Manhattan, l’imputato che per undici anni ha occupato il palazzo di Miraflores siede ora dietro un tavolo di legno, con l’interprete di spagnolo alla sua destra e la moglie poco più in là. La terza udienza preliminare si chiude come le prime due: senza sorprese procedurali, con una data fissata e un rinvio implicito di ogni domanda politica. Il dibattimento vero e proprio è calendarizzato per giugno 2027. Diciotto mesi, se i tempi reggeranno, che è quanto serve alla giustizia federale statunitense per costruire un fascicolo su accuse di narcotraffico e associazione a delinquere.

La distanza tra la scena giudiziaria e ciò che rappresenta è vertiginosa. Fino a pochi mesi fa Nicolás Maduro parlava dai balconi di Caracas rivendicando la continuità del chavismo; ora la sua figura è ridotta a una posizione processuale, un numero di ruolo, una data. Il salto da capo di Stato a imputato in un tribunale straniero non ha precedenti recenti nella regione: l’unico paragone che regge, con tutte le differenze del caso, è Manuel Noriega, prelevato da Panama nel 1990 e processato a Miami. Trentacinque anni dopo, lo schema si ripete con una geografia diversa e una posta più alta.

Corridoio di una prigione storica con celle buie ai lati, pilastro centrale azzurro e lucernario in alto.
Interno di carcere storico: corridoio vuoto con celle nere e architettura d'epoca. — Foto: Clayton Leite — Pexels License, via Pexels

Conviene resistere alla lettura più comoda, quella dello scontro tra Washington e un autocrate isolato. Il Venezuela non è un attore marginale: siede sulle maggiori riserve petrolifere accertate del pianeta, stimate intorno ai 300 miliardi di barili. Eppure la produzione, che negli anni Novanta superava i tre milioni di barili al giorno, oggi si aggira attorno al milione, e per larghi tratti dell’ultimo decennio è stata anche più bassa. È il paradosso che complica ogni ricostruzione: il paese più ricco di greggio dell’emisfero è anche quello che ha visto emigrare quasi otto milioni di persone, un quarto della sua popolazione. La ricchezza sotterranea non ha impedito il collasso di quella in superficie.

Questo dato pesa sul processo più di quanto sembri. Le accuse di narcotraffico raccontano un potere che, privato delle rendite petrolifere ordinarie per via delle sanzioni e della gestione fallimentare di PDVSA, avrebbe cercato altrove i flussi di cassa. Le economie illegali, in America Latina, non sono anomalie morali ma risposte razionali a vuoti di reddito. Un apparato statale a corto di valuta pregiata tende a diventare permeabile a chi la valuta la muove: cocaina, oro estratto illegalmente nell’Arco Minero dell’Orinoco, contrabbando di carburante verso la Colombia. Il capo d’imputazione americano descrive proprio questa saldatura tra sovranità e circuiti criminali. Che sia provata in aula è un’altra questione, e sarà il compito dei prossimi mesi.

Sul piano interno venezuelano, la cattura ha lasciato un potere in stato di sospensione più che di transizione. Il chavismo non è un uomo solo: è una rete di ufficiali, funzionari e imprese miste che ha imparato a sopravvivere a crisi, iperinflazione e sanzioni. La rimozione fisica del vertice non smonta automaticamente la macchina; anzi, storicamente questi apparati mostrano una notevole capacità di riassestarsi intorno a nuove figure, spesso più opache e meno esposte. L’opposizione, che per anni ha invocato proprio questo esito, si trova ora davanti a un vuoto che non controlla e che altri potrebbero riempire.

Poi c’è la dimensione regionale. Il precedente pesa su ogni cancelleria latinoamericana, non solo su quelle avverse a Washington. Colombia, Brasile e Messico hanno costruito parte della loro postura diplomatica sul principio di non ingerenza, e un capo di Stato prelevato e processato altrove mette alla prova quel principio più di mille dichiarazioni. Non si tratta di simpatia per il chavismo, quasi mai presente in questi governi, ma di un precedente che riguarda tutti: il perimetro dell’immunità sovrana quando incrocia le economie illegali che nessuno, in fondo, ha mai davvero smantellato.

Il calendario giudiziario, con la sua data del 2027, impone intanto una pazienza che il ritmo politico raramente concede. Diciotto mesi sono un’eternità per un continente abituato a rovesciamenti rapidi, e un lampo per un tribunale che dovrà tradurre in prove documentali un potere durato oltre un decennio. Nel frattempo Caracas resta senza il suo interlocutore abituale e senza una risposta chiara su chi, adesso, tenga davvero le chiavi di Miraflores. La cronaca dell’aula newyorkese è precisa; quella del paese che l’imputato ha governato resta, per ora, illeggibile.

Fonte originale: latinamericareports.com/nicolas-maduro-and-cilia-flores-trial-to-be…

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