L'ASEAN chiede la fine delle ostilità tra Iran e Stati Uniti. La neutralità politica nasconde un calcolo economico preciso: attraverso lo Stretto di Hormuz e Malacca passa l'energia che alimenta il Sud-est asiatico.
Sud-est asiatico: l’ASEAN teme lo Stretto di Hormuz
I ministri degli Esteri dell’ASEAN hanno chiesto la fine delle ostilità in Medio Oriente. La richiesta arriva da un gruppo di dieci Paesi che si dichiara neutrale sulla contesa tra Iran e Stati Uniti. La neutralità politica non cambia il calcolo economico. Il conflitto tocca il Sud-est asiatico attraverso una via d’acqua distante migliaia di chilometri.
Il punto è lo Stretto di Hormuz. Da qui transita circa un quinto del petrolio consumato al mondo e una quota rilevante del gas naturale liquefatto. La maggior parte di quei carichi non resta nel Golfo: prosegue verso est. Il Qatar spedisce GNL verso l’Asia, l’Arabia Saudita e gli Emirati caricano greggio diretto ai porti del Pacifico. La rotta attraversa poi lo Stretto di Malacca, il collo di bottiglia che alimenta Singapore, la Malaysia, la Thailandia, l’Indonesia.
Il legame è misurabile in barili. Singapore importa quasi tutto il proprio fabbisogno energetico e funziona come hub di raffinazione per la regione. La Thailandia copre con le importazioni oltre l’ottanta per cento del consumo di greggio. Le Filippine dipendono dall’estero per una quota simile. Un’interruzione a Hormuz, o anche solo il timore di un’interruzione, si trasferisce sui prezzi in porto entro pochi giorni di navigazione.

La variabile immediata è il premio di rischio. Non serve la chiusura fisica dello Stretto: basta che gli assicuratori alzino i tassi sui noli per i vettori che attraversano il Golfo. Ogni punto di aumento del costo di trasporto si somma al prezzo del barile a destinazione. Per economie che comprano energia in dollari e vendono manifattura a margini stretti, il conto arriva sulla bilancia commerciale.
Il secondo effetto passa dal cambio. Quando il greggio sale, i Paesi importatori netti spendono più valuta pregiata per la stessa quantità di combustibile. La rupia indonesiana, il baht thailandese, il peso filippino tendono a indebolirsi contro il dollaro nelle fasi di rincaro energetico. Le banche centrali della regione hanno passato l’ultimo biennio a difendere i cambi dai tassi americani. Un nuovo shock petrolifero riapre lo stesso fronte.
C’è poi la dimensione fiscale. Malaysia e Indonesia sussidiano i carburanti al consumo interno. Quando il prezzo internazionale sale, il costo dei sussidi aumenta e comprime lo spazio di bilancio. Il governo indonesiano ha già rivisto più volte lo schema dei sussidi per contenere la spesa. Un greggio sopra soglia costringe a scegliere tra deficit più alto e prezzi al dettaglio più cari, con il relativo rischio sociale.
La richiesta dell’ASEAN va letta in questa cornice. L’organizzazione non ha strumenti per influire sulle decisioni militari a Teheran o a Washington. Ha però un interesse diretto a che i mercati energetici restino prevedibili. Il comunicato collettivo è lo strumento che il blocco usa da sempre: segnala una posizione senza schierarsi, protegge la coesione interna tra membri con orientamenti diversi verso l’Iran e verso gli Stati Uniti.
Le divergenze interne contano. Alcuni membri mantengono rapporti commerciali con l’Iran, altri ospitano forze o basi americane. La Malaysia e l’Indonesia hanno una popolazione a maggioranza musulmana sensibile alle vicende del Golfo. Le Filippine hanno un accordo di difesa con Washington. Un testo comune che chiede solo la cessazione delle ostilità è il minimo denominatore che tutti possono firmare.
Resta il lavoratori migranti. Milioni di cittadini del Sud-est asiatico, in particolare dalle Filippine e dall’Indonesia, lavorano nei Paesi del Golfo. Le loro rimesse pesano sulle economie di origine: per le Filippine valgono una quota significativa del prodotto interno. Un’escalation prolungata mette in discussione la sicurezza di questa forza lavoro e il flusso di valuta che rientra ogni mese.
La misura da osservare nelle prossime settimane è il traffico attraverso Hormuz e il premio assicurativo sui carichi. Se i noli restano stabili, l’impatto sul Sud-est asiatico rimane contenuto ai prezzi di listino. Se gli assicuratori sospendono le coperture o i vettori deviano le rotte, il costo dell’energia in Asia sale entro il trimestre.

