Galleria mineraria con pareti rocciose scure, cassoni metallici arrugginiti e tubi industriali su pavimento muschiato.

Nel Gauteng, cuore economico del Sudafrica, l'estrazione clandestina nelle miniere d'oro dismesse si è trasformata in un'economia criminale con gruppi armati, morti e riciclaggio internazionale.

Sudafrica: le miniere abbandonate e l’economia dei tunnel

Sotto il Witwatersrand, la cresta di quarzo che diede al Sudafrica il suo secolo dell’oro, resta un reticolo di gallerie in gran parte esaurite. Le compagnie minerarie hanno smesso di estrarre dove non conviene più; il minerale residuo, però, continua a valere abbastanza da attirare chi scende senza contratto, senza casco e senza vie d’uscita segnalate. È in questo vuoto lasciato dall’industria che si è insediata un’economia parallela, oggi radicata nel Gauteng, la provincia che concentra il prodotto interno lordo del Paese attorno a Johannesburg e Pretoria.

Gli scavatori informali sono noti come zama zama, espressione zulu che indica chi tenta la sorte. Molti provengono da Mozambico, Zimbabwe, Lesotho: manodopera che l’estrazione legale reclutava già in epoca coloniale attraverso il sistema dei contratti migranti, e che oggi opera fuori da ogni tutela. Le autorità sudafricane stimano che le persone coinvolte nel settore siano diverse decine di migliaia su scala nazionale, ma la cifra è per sua natura non verificabile: chi lavora sottoterra clandestinamente non compare in alcun registro.

Ciò che distingue il Gauteng non è tanto la quantità di oro residuo quanto la struttura che si è formata sopra di esso. Non si tratta più di singoli che grattano il fondo delle gallerie: gruppi armati controllano gli accessi, impongono tariffe, gestiscono il trasporto del minerale e la sua trasformazione. La polizia sudafricana ha collegato a queste reti sequestri, estorsioni ai residenti delle zone minerarie e regolamenti di conti tra bande rivali per il controllo dei pozzi. Il minerale grezzo viene poi riversato in canali di riciclaggio che sfociano nei mercati internazionali dell’oro, dove la provenienza si perde con facilità.

Ruderi di pietra con finestre ad arco in zona arida, con attrezzature minerarie sullo sfondo.
Rovine di strutture minerarie abbandonate in una regione arida dell'Africa australe. — Foto: Nils Rotura — Pexels License, via Pexels

Il caso che ha imposto la questione all’attenzione nazionale resta quello di Stilfontein, nella provincia del Nord-Ovest, dove alla fine del 2024 le forze di sicurezza assediarono un pozzo per settimane tagliando i rifornimenti agli uomini rimasti sotto. Quando le operazioni di recupero si conclusero, all’inizio del 2025, furono estratti oltre settanta corpi e centinaia di sopravvissuti in condizioni gravi. Le cifre esatte delle vittime restano oggetto di contestazione tra governo e organizzazioni della società civile. L’episodio ha mostrato quanto la linea tra operazione di polizia e catastrofe umanitaria sia sottile quando la strategia consiste nell’affamare chi si trova a centinaia di metri di profondità.

Nel Gauteng la dinamica è diversa per densità urbana. Qui i pozzi abbandonati si aprono ai margini delle township e delle aree industriali dismesse, a ridosso di quartieri abitati. Le comunità che vivono accanto agli ingressi lamentano crolli, sparatorie e la presenza stabile di uomini armati. Le amministrazioni locali parlano di infrastrutture sotterranee usate come depositi e vie di fuga, difficili da mappare perché risalenti a decenni di attività estrattiva mai censita integralmente.

La risposta dello Stato oscilla tra due registri. Da un lato le operazioni congiunte di polizia ed esercito, con arresti periodici e sigillatura dei pozzi; dall’altro il riconoscimento, anche in ambienti governativi, che la repressione da sola non intacca la domanda né la manodopera disponibile. Sigillare un pozzo significa spesso spingere l’attività verso un altro, e intrappolare chi già si trova sottoterra. La proposta di regolarizzare parte dell’estrazione artigianale, avanzata a più riprese, si scontra con la difficoltà di distinguere il minatore informale dal gruppo criminale che lo sfrutta.

Il costo economico per il Paese viene quantificato dalle associazioni del settore minerario in miliardi di rand l’anno tra mancato gettito, furti di infrastrutture e danni: anche queste stime vanno prese con cautela, perché servono anche a orientare le richieste di intervento pubblico. Ciò che è meno discutibile è il costo umano, distribuito su una popolazione in gran parte migrante e priva di documenti, che scende perché l’alternativa in superficie è la disoccupazione.

Fuori dai confini sudafricani, la vicenda fatica a uscire dalle cronache specializzate. L’oro riciclato attraverso queste reti attraversa mercati globali senza che la sua origine venga quasi mai discussa nei Paesi che lo acquistano. Finché la catena a valle resta indifferente alla provenienza, il fondo delle miniere del Witwatersrand continuerà a essere l’unico luogo dove qualcuno paga il conto per intero.

Fonte originale: defenceweb.co.za/security/civil-security/illegal-mining-a-growing-c…

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