Bambini sorridenti in uniforme scolastica blu seduti su panche di legno in un'aula con pareti spoglie.

In decine di Paesi a basso reddito la spesa per il servizio del debito supera quella per scuole e sanità. Un problema aritmetico prima che politico, aggravato da una platea di creditori sempre più frammentata e da meccanismi di ristrutturazione che procedono al ritmo del più riluttante.

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Debito globale: quando la scuola cede il passo alla rata

Il conto arriva sempre puntuale, e non conosce anni scolastici. Nei bilanci di decine di Stati a basso e medio reddito la voce che cresce più in fretta non è quella dell’istruzione né della sanità: è il servizio del debito. La quota di gettito fiscale che finisce a creditori esterni e interni ha superato, in molti Paesi africani e asiatici, quella destinata a scuole e ospedali messe insieme. È un dato aritmetico prima ancora che politico, ed è il motivo per cui vale la pena guardarlo senza la retorica dello sviluppo.

Le cifre che circolano tra gli analisti delle istituzioni finanziarie internazionali descrivono un quadro coerente: oltre tre miliardi di persone vivono in Paesi dove lo Stato spende più per rimborsare i prestiti che per formare i propri cittadini o curarli. Non è una novità assoluta. Le crisi del debito hanno scandito la storia economica del Sud globale almeno dagli anni Ottanta, quando i piani di aggiustamento strutturale tagliarono per primi proprio le voci sociali. Ciò che è cambiato è la composizione dei creditori.

Un tempo il negoziato si faceva quasi per intero dentro due stanze: il Club di Parigi per i governi occidentali, le banche private raccolte attorno al Fondo monetario. Oggi il tavolo è affollato. La Cina è diventata il maggiore creditore bilaterale del pianeta; accanto ai prestiti statali crescono le obbligazioni sovrane collocate sui mercati, detenute da fondi che non hanno alcun interesse a partecipare a una ristrutturazione ordinata. Il risultato è che rinegoziare un debito richiede oggi più tempo, più attori e più diffidenza reciproca. Lo Zambia ci ha messo quasi tre anni per chiudere l’intesa dopo il default del 2020; il Ghana e lo Sri Lanka hanno percorso strade altrettanto tortuose.

Aula scolastica vuota con banchi rovesciati su sedie e lavagna nera sullo sfondo, pareti ingiallite dalla polvere.
Aula abbandonata con banchi e sedie capovolti, simbolo di crisi educativa. — Foto: Elizabeth Lizzie — Pexels License, via Pexels

Il Common Framework varato dal G20 nel 2020 doveva servire proprio a coordinare questi creditori eterogenei. In cinque anni lo hanno chiesto in pochi, e chi lo ha fatto ha scoperto che il meccanismo procede al ritmo del più riluttante attorno al tavolo. Nel frattempo gli interessi continuano a maturare, e la finestra dell’aggiustamento si stringe.

La matematica del problema è brutale nella sua semplicità. Un Paese che destina un terzo delle entrate al rimborso del debito ha meno di due terzi per tutto il resto: stipendi, infrastrutture, sussidi, e appunto istruzione. Quando i tassi globali salgono, come è accaduto tra il 2022 e il 2024, il costo del rifinanziamento aumenta e la quota residua si assottiglia ancora. Le prime spese a essere compresse sono quelle i cui effetti si vedono a distanza di una generazione, non a fine trimestre. Un ministro delle Finanze che deve scegliere tra pagare una cedola in scadenza e assumere insegnanti sa quale delle due omissioni gli costa di più, e sceglie di conseguenza.

È qui che la questione smette di essere tecnica. Le organizzazioni umanitarie parlano di milioni di bambini fuori dalle aule, e il numero è reale. Ma il numero non è una fatalità: è il prodotto di scelte di priorità imposte da un ordine finanziario in cui il creditore ha strumenti di pressione, e il debitore ha soprattutto la propria popolazione da cui attingere. L’asimmetria non sta nelle intenzioni ma negli incentivi. Nessun fondo obbligazionario viene sanzionato se un Paese chiude le scuole per onorare le scadenze; il Paese, al contrario, perde l’accesso ai mercati se non le onora.

Le proposte di riforma esistono da tempo e ruotano attorno a pochi punti concreti: sospensioni automatiche dei pagamenti in caso di shock, clausole che leghino il rimborso alla crescita effettiva, un meccanismo di ristrutturazione che vincoli tutti i creditori, pubblici e privati, allo stesso accordo. Alcune si affacciano nei documenti delle Nazioni Unite e nelle conferenze sul finanziamento dello sviluppo. Poche arrivano a diventare norma, perché ognuna richiede a qualcuno di rinunciare a una parte del proprio potere contrattuale, e nessun creditore lo fa volentieri.

Vale la pena diffidare tanto della retorica dei debitori quanto di quella dei creditori. I governi del Sud globale non sono tutti vittime incolpevoli: molti prestiti sono stati contratti male, spesi peggio, e talvolta con la consapevolezza che il conto sarebbe toccato a chi verrà dopo. E i creditori che oggi predicano prudenza sono spesso gli stessi che hanno concesso credito quando i tassi bassi rendevano conveniente farlo. La coincidenza fra un debito che matura e un’aula che si svuota non è un incidente morale: è il funzionamento ordinario di un sistema costruito così. Cambiarlo significa cambiare chi paga il conto quando il conto non torna, e finora quel chi è rimasto lo stesso.

Fonte originale: www.aljazeera.com/opinions/2026/7/25/the-global-south-is-being-forc…

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