I vertici della difesa sudafricana denunciano una pianificazione militare svuotata dai tagli del Tesoro, mentre le truppe restano impegnate in Congo con mezzi in crescente difficoltà.
Sudafrica: la difesa senza fondi e il conto della manutenzione mancata
Chi decide quanto spende un ministero decide anche quale esercito quel paese può permettersi. È attorno a questa aritmetica poco elegante che ruota il dibattito riaperto in Sudafrica, dove i vertici amministrativi del Dipartimento della Difesa hanno messo in fila un problema che nessuno a Pretoria ignora ma che pochi affrontano: le forze armate ricevono ordini di pianificazione che poi le allocazioni di bilancio smentiscono. Si programma su una cifra e se ne riceve un’altra, più bassa.
La denuncia riguarda un meccanismo istituzionale prima ancora che una somma. La pianificazione della difesa – acquisizioni, addestramento, manutenzione dei mezzi, capacità di dispiegamento – dovrebbe seguire una valutazione delle minacce e degli impegni assunti. In Sudafrica avviene il contrario: la voce di spesa arriva compressa dal Tesoro, e i piani vanno riscritti al ribasso ogni anno fiscale. Il risultato è una forza armata che continua a esistere sulla carta con ambizioni continentali mentre sul terreno fatica a mantenere in efficienza flotta aerea, navi ed equipaggiamento terrestre.
I numeri raccontano un declino lungo. La spesa militare sudafricana in rapporto al prodotto interno lordo si aggira attorno allo 0,7 per cento, ben sotto la soglia che gli stessi vertici militari indicano da anni come minima per sostenere le funzioni assegnate; per riferimento, negli anni Ottanta e nel primo periodo post-apartheid la quota era più che doppia. Le cifre esatte del bilancio 2024-2025 variano a seconda delle poste incluse e vanno trattate con cautela, ma la direzione è chiara e non contestata neanche dal governo: il denaro non basta a coprire ciò che si chiede alle forze armate.

Il problema non è astratto. Il Sudafrica ha truppe schierate nella Repubblica Democratica del Congo, prima nella missione delle Nazioni Unite e poi nel contingente regionale della Comunità di sviluppo dell’Africa australe. All’inizio del 2025 la caduta di Goma nelle mani dell’M23 ha coinvolto anche militari sudafricani: le vittorie ufficiali confermate sono state alcune, un numero rimasto oggetto di rettifiche e comunicazioni frammentarie da parte di Pretoria. Quell’episodio ha reso visibile ciò che gli amministratori del dipartimento ripetono da tempo: mandare soldati a migliaia di chilometri richiede logistica, trasporto aereo, rifornimenti e mezzi funzionanti. Tutte cose che costano, e che un bilancio in contrazione eroga a singhiozzo.
C’è un paradosso storico in tutto questo. L’esercito sudafricano è stato per decenni, sotto l’apartheid, uno degli apparati militari più consistenti e tecnologicamente attrezzati del continente, costruito attorno alla logica dell’assedio e della guerra regionale destabilizzante. La transizione democratica del 1994 ha ereditato quella macchina e ha dovuto reinventarla in senso opposto: da strumento di dominio interno e regionale a componente di missioni di pace. Il ridimensionamento del budget è anche il portato di quella riconversione, oltre che delle priorità sociali di un paese con disoccupazione elevata e servizi da finanziare. Difendere i confini contro la spesa per sanità, istruzione e reddito è una scelta politica, non tecnica, e il Tesoro la compie ogni anno.
Il richiamo dei vertici della difesa punta a spostare quella scelta. L’argomento è che una pianificazione seria non può essere ostaggio delle decisioni di chi controlla i cordoni della borsa, perché una forza sottofinanziata ma con impegni immutati diventa una forza che consuma sé stessa: si tagliano manutenzione e addestramento prima degli organici, e a un certo punto restano soldati senza mezzi da usare. È la traiettoria che diversi analisti sudafricani descrivono da almeno un decennio, con hangar pieni di velivoli inutilizzabili per mancanza di ricambi e navi ormeggiate perché troppo costose da far navigare.
Resta la domanda di fondo, quella che il dipartimento pone e il governo rinvia: cosa deve fare, esattamente, l’esercito sudafricano. Difendere il territorio nazionale è una cosa; garantire l’ordine regionale nell’Africa australe, con dispiegamenti in Congo e Mozambico, è un’altra, e chiede risorse diverse. Finché la risposta resterà ambigua, la pianificazione continuerà a inseguire un bilancio che non la segue.
Fuori dai confini sudafricani la questione fa poco rumore. Un dibattito interno su tabelle di spesa non produce titoli, nemmeno quando riguarda l’esercito della principale economia dell’Africa australe e uno dei pochi in grado di proiettare forza oltre i propri confini. Se ne accorgerà chi conta sulle truppe di Pretoria nel prossimo teatro operativo, quando scoprirà quanti mezzi rispondono davvero all’appello.

