Bandiera dell'Arabia Saudita con scritte arabiche bianche in calligrafia su fondo verde e spada orizzontale.

Nel 2024 Riad avrebbe proposto a Israele una normalizzazione condizionata a un percorso verso lo Stato palestinese, respinta da Netanyahu. Un rifiuto che riporta la questione palestinese al centro degli equilibri del Golfo.

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Israele-Arabia Saudita: la normalizzazione bloccata dai palestinesi

La ricostruzione secondo cui, nel corso del 2024, Riad avrebbe avanzato a Gerusalemme una proposta articolata di normalizzazione dei rapporti bilaterali, respinta dal governo guidato da Benjamin Netanyahu, riporta al centro dell’attenzione uno dei nodi strutturali del Medio Oriente contemporaneo: il legame indissolubile, per la diplomazia saudita, tra il riconoscimento di Israele e la questione palestinese.

Al di là dei dettagli specifici della trattativa, l’elemento politicamente rilevante è la condizione posta dalla monarchia saudita: subordinare la normalizzazione a un percorso credibile verso la creazione di uno Stato palestinese, entro un orizzonte temporale definito. È esattamente su questo punto che la proposta si sarebbe arenata, con la parte israeliana orientata a proseguire la campagna militare a Gaza piuttosto che accettare impegni vincolanti sul piano dello statehood palestinese.

Il contesto: gli Accordi di Abramo e il ruolo mancato di Riad

Per comprendere la posta in gioco occorre risalire agli Accordi di Abramo del 2020, che hanno visto Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan formalizzare relazioni con Israele senza pretendere, come precondizione, avanzamenti tangibili sul dossier palestinese. Quel modello ha rappresentato una rottura con la tradizionale posizione araba, cristallizzata nell’Iniziativa di Pace Araba del 2002 promossa proprio dall’Arabia Saudita, che legava il riconoscimento collettivo di Israele al ritiro dai territori occupati e a una soluzione della questione palestinese.

Carta geografica del Medio Oriente con l'Arabia Saudita evidenziata in rosso e Israele in verde.
Arabia Saudita e Israele in evidenza sulla mappa regionale. — Foto: Garton R. — CC0 1.0, via Openverse

L’ingresso di Riad in quel processo avrebbe avuto un peso qualitativamente diverso rispetto agli altri firmatari. In quanto custode dei luoghi santi dell’Islam e principale potenza economica del Golfo, l’Arabia Saudita conferisce alla normalizzazione una legittimità simbolica che nessun altro attore regionale può offrire. Per questa ragione la sua adesione è stata a lungo considerata il vero obiettivo strategico della diplomazia statunitense e israeliana.

La guerra a Gaza, tuttavia, ha modificato profondamente il calcolo di Riad. In un contesto di forte mobilitazione dell’opinione pubblica araba e di crescente pressione interna, la leadership saudita non poteva ignorare la dimensione palestinese senza esporsi a costi reputazionali significativi nel mondo arabo e islamico. Da qui l’irrigidimento della condizionalità.

Le implicazioni strategiche

Il mancato accordo evidenzia una divergenza di priorità difficilmente componibile nel breve periodo. Per il governo israeliano, la logica securitaria e gli equilibri della coalizione di governo, in cui pesano le componenti contrarie a qualsiasi concessione sullo Stato palestinese, rendono politicamente proibitivo accettare impegni in tale direzione. Per Riad, al contrario, la questione palestinese è tornata a essere una linea rossa non negoziabile, almeno in via dichiarativa.

Si delineano così alcune conseguenze di rilievo:

  • Per Washington: la normalizzazione saudita-israeliana era uno degli obiettivi di lungo corso dell’architettura mediorientale statunitense, funzionale anche al contenimento dell’influenza iraniana. Il blocco della trattativa priva la diplomazia americana di una leva importante e complica la costruzione di un’intesa regionale a guida statunitense.
  • Per l’Iran: il rallentamento del processo riduce, almeno temporaneamente, il rischio di un fronte arabo-israeliano compatto in chiave anti-Teheran. La riappacificazione tra Riad e Teheran, mediata da Pechino nel 2023, aveva già ridefinito gli allineamenti del Golfo.
  • Per la questione palestinese: il fatto che Riad abbia posto lo statehood come condizione, indipendentemente dall’esito, segnala che la marginalizzazione del dossier palestinese osservata con gli Accordi di Abramo non è definitiva.

La vicenda conferma inoltre il peso crescente della politica interna sulle scelte di politica estera. Le posizioni dei governi coinvolti appaiono condizionate tanto da vincoli di coalizione e sensibilità dell’opinione pubblica quanto da valutazioni geostrategiche di lungo periodo.

In prospettiva, la normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita resta un obiettivo strutturalmente coerente con gli interessi economici e securitari di entrambe le parti, oltre che con l’agenda statunitense. Ma la sua realizzazione appare oggi vincolata a un mutamento delle condizioni sul terreno a Gaza e a un ripensamento delle rispettive linee rosse. Fino ad allora, il potenziale riallineamento del Golfo rimane sospeso, ostaggio di una questione palestinese che il quadro degli ultimi anni aveva provato, senza riuscirvi, a rendere secondaria.

Fonte originale: ilcaffegeopolitico.net/1006861/il-retroscena-netanyahu-rifiuto-la-p…

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