Maria Corina Machado esclude la propria partecipazione ai colloqui fra opposizione e governo Maduro, svuotando il negoziato di rappresentatività. Sullo sfondo, una fragile stabilizzazione economica che riduce l'urgenza di compromessi per il palazzo.
Venezuela: il negoziato senza l’opposizione che conta
Nel quartiere di Chacao, a est di Caracas, i muri portano ancora le tracce sbiadite delle mobilitazioni degli ultimi anni: manifesti scoloriti, slogan cancellati a metà, il calcinaccio delle proteste. È da qui, dal cuore geografico dell’opposizione urbana venezuelana, che conviene guardare l’ennesimo tentativo di dialogo fra il governo di Nicolás Maduro e le forze contrarie al chavismo. Perché la notizia, questa volta, non è chi si siede al tavolo, ma chi ha deciso di restarne fuori.
Maria Corina Machado, figura di riferimento dell’opposizione dopo le contestate elezioni del 2024, ha escluso la propria partecipazione ai colloqui. Una scelta che pesa. Machado non è un dettaglio del panorama politico venezuelano: è la leader che aveva raccolto un consenso capace di preoccupare seriamente il palazzo di Miraflores, prima di essere di fatto estromessa dalla corsa elettorale. La sua assenza, insieme a quella di altre figure chiave, svuota il negoziato di buona parte della sua rappresentatività. Un tavolo di dialogo funziona nella misura in cui chi vi siede può parlare a nome di qualcuno. Qui il rischio è che si parli soprattutto a nome della propria sopravvivenza tattica.
La logica del governo Maduro, in tutto questo, è meno oscura di quanto la retorica lasci intendere. Trattare con interlocutori frammentati e privi della leadership più temuta significa negoziare da una posizione di forza, potendo esibire alla comunità internazionale un’apertura al dialogo senza concedere nulla di sostanziale sul terreno che conta davvero: il controllo dello Stato, delle sue risorse e dei suoi apparati. È un copione già visto nelle stagioni precedenti di mediazione, da Oslo a Città del Messico a Barbados. Ogni round produce cornici, protocolli, dichiarazioni congiunte. Poi la realtà del potere resta dov’era.

Machado, dal canto suo, considera evidentemente che sedersi legittimerebbe un processo destinato a non toccare l’esito elettorale contestato. Rifiutare è un modo per non spendere il proprio capitale politico in un esercizio che ritiene truccato in partenza. Ma è anche una scommessa: chi si tira fuori dal tavolo rinuncia a orientarne i contenuti, e lascia che sia qualcun altro a definire cosa significhi “opposizione” agli occhi degli osservatori esterni.
L’economia che complica il quadro
C’è un dato che raramente entra nel racconto politico e che invece meriterebbe più spazio. Dopo anni di crollo verticale — l’economia venezuelana si era contratta di oltre il 75 per cento fra il 2013 e il 2020, una delle recessioni più profonde mai registrate al di fuori di un conflitto armato — il paese ha conosciuto una fase di parziale stabilizzazione. Non una ripresa robusta, ma un rimbalzo alimentato dalla dollarizzazione informale, dall’allentamento di alcune sanzioni sul settore petrolifero e dal ritorno di una produzione di greggio risalita ben oltre il milione di barili al giorno.
Questo cambia il calcolo di Maduro. Un governo con qualche margine economico in più negozia diversamente da uno con le spalle al muro. La fame come leva di pressione politica funziona meno quando gli scaffali di Caracas, per quanto a prezzi in dollari fuori portata per molti, non sono più vuoti. La stabilizzazione, per quanto fragile e diseguale, riduce l’urgenza di concessioni che il palazzo altrimenti forse dovrebbe considerare. È il paradosso di ogni transizione mancata: la crisi che avrebbe potuto costringere al compromesso si è attenuata quanto basta per rendere il compromesso meno necessario a chi comanda.
Sullo sfondo restano le economie parallele che tengono a galla intere fasce del paese: le rimesse dei quasi otto milioni di venezuelani emigrati, il contrabbando di carburante lungo il confine colombiano, l’estrazione illegale di oro nell’Arco Minero dell’Orinoco. Reti che rispondono a incentivi propri e che non hanno alcun interesse a un esito negoziato che riscriva le regole del gioco. Sono attori razionali quanto i partiti, e con orizzonti temporali spesso più lunghi.
Il ruolo esterno completa il mosaico. Washington oscilla fra pressione e pragmatismo, calibrando le sanzioni sul petrolio in base a considerazioni che vanno dai prezzi dell’energia alla gestione dei flussi migratori verso il confine meridionale. Colombia e Brasile, guidati da governi di sinistra, hanno interesse a una stabilizzazione ordinata del vicino, non a un collasso che scaricherebbe ulteriori profughi oltre le loro frontiere.
Resta la domanda che questo negoziato non sembra attrezzato a sciogliere: si può trattare una transizione politica quando la parte che ha vinto le urne, secondo i conteggi indipendenti, non siede al tavolo, e la parte che governa non ha ragioni economiche urgenti per cedere? A Chacao, sui muri, la risposta sembra già scritta a metà.

