Chiesa armena con cupola dorata sovrastante formazioni basaltiche, circondata da edifici in pietra.

La rielezione di Nikol Pashinyan consolida la svolta filo-occidentale dell'Armenia dopo la perdita del Nagorno-Karabakh e l'abbandono percepito da parte di Mosca. Un'analisi delle radici storiche di una scommessa geopolitica ad alto rischio.

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L’Armenia al bivio: Pashinyan, la fine del Karabakh e la lunga marcia verso Occidente

La rielezione di Nikol Pashinyan segna un passaggio delicato per l’Armenia, un Paese che negli ultimi anni ha visto crollare uno dei pilastri fondanti della propria identità nazionale contemporanea: il controllo, sia pure indiretto, del Nagorno-Karabakh. Per comprendere la posta in gioco nel voto armeno e la scommessa europea del primo ministro, occorre risalire alle radici profonde di una nazione che ha costruito la propria autopercezione attorno a sopravvivenza, memoria del genocidio e dipendenza da protettori esterni.

Un piccolo Stato incastrato tra imperi

L’Armenia moderna nasce nel 1991 dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, ma la sua storia è quella di una nazione perennemente stretta tra potenze più grandi: l’Impero ottomano a ovest, la Persia a sud, la Russia zarista e poi sovietica a nord. Il trauma fondativo resta il genocidio del 1915-1916, quando le autorità ottomane ordinarono la deportazione e lo sterminio di gran parte della popolazione armena dell’Anatolia. Quella ferita ha reso la Turchia, e per estensione il suo alleato azero, l’avversario esistenziale nell’immaginario nazionale.

In questo quadro la Russia ha svolto per oltre un secolo il ruolo di garante. Dall’epoca zarista fino all’era post-sovietica, Mosca è stata percepita come lo scudo cristiano-ortodosso capace di proteggere Erevan dalle pressioni turche e islamiche. L’Armenia è entrata nell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva e nell’Unione economica eurasiatica, e ha ospitato una base militare russa a Gyumri. Una dipendenza che sembrava strutturale e irreversibile.

Il crollo del Karabakh e la rottura del patto

Il conflitto per il Nagorno-Karabakh — enclave a maggioranza armena assegnata in epoca sovietica all’Azerbaigian — ha attraversato tutta la storia post-1991. La prima guerra, all’inizio degli anni Novanta, si era conclusa con una vittoria armena che aveva permesso il controllo dell’enclave e di territori azeri circostanti. Ma quella vittoria si è rovesciata nella guerra dei quarantaquattro giorni dell’autunno 2020, quando l’Azerbaigian, sostenuto militarmente dalla Turchia e forte di droni d’avanguardia, ha riconquistato gran parte dei territori perduti.

Il colpo finale è arrivato nel settembre 2023, con l’offensiva lampo che ha smantellato l’autoproclamata repubblica del Nagorno-Karabakh e provocato l’esodo di oltre centomila armeni. Per Erevan è stata una catastrofe, resa più bruciante dalla percezione che Mosca — impegnata nella guerra in Ucraina e sempre più vicina a Baku e Ankara — avesse abbandonato l’alleato storico proprio nel momento decisivo. Le forze di pace russe presenti nell’enclave rimasero passive.

Tre uomini in abiti scuri si stringono la mano in una sala ufficiale con bandiera armena sullo sfondo.
Incontro ufficiale con bandiera armena in una sala di rappresentanza. — Foto: IAEA Imagebank — BY 2.0, via Openverse

La svolta di Pashinyan

Salito al potere nel 2018 sull’onda di una “rivoluzione di velluto” pacifica che aveva rovesciato la vecchia classe dirigente post-sovietica, Pashinyan ha incarnato la promessa di una democratizzazione e di una modernizzazione del Paese. La perdita del Karabakh ha però messo a rischio la sua leadership, esposta alle accuse dell’opposizione nazionalista e degli ambienti legati alla vecchia élite del Karabakh stesso.

La sua risposta è stata una scelta strategica netta: allentare la dipendenza da Mosca e riorientare l’Armenia verso l’Occidente. Erevan ha di fatto congelato la propria partecipazione all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, ha rafforzato i legami con l’Unione Europea — che ha avviato una missione di monitoraggio civile al confine con l’Azerbaigian — e ha coltivato rapporti con Stati Uniti e Francia, quest’ultima tradizionalmente sensibile alla causa armena per via della sua ampia diaspora.

Un orizzonte europeo pieno di ostacoli

La conferma elettorale offre a Pashinyan il mandato per proseguire questa riconversione geopolitica, ma le difficoltà sono enormi. L’Armenia resta un Paese senza sbocco al mare, circondato da vicini ostili o inaffidabili, con l’economia ancora fortemente intrecciata a quella russa attraverso rimesse, energia e commercio. La prospettiva di un’adesione europea è, nella migliore delle ipotesi, un percorso di lungo termine, mentre la sicurezza immediata dipende da equilibri che Erevan controlla solo in parte.

Il negoziato di pace con l’Azerbaigian, avviato dopo il 2023, procede tra aperture e diffidenze: Baku pretende garanzie territoriali e un corridoio di collegamento con l’exclave del Nakhichevan, questioni che toccano nervi scoperti della sovranità armena. La normalizzazione con la Turchia, congelata da decenni, resta legata al riconoscimento — mai avvenuto da parte di Ankara — del genocidio del 1915.

La scommessa di Pashinyan è dunque storicamente ambiziosa: sganciare l’Armenia da un secolo di dipendenza russa e ricollocarla nell’orbita europea, in una regione dove la geografia e la memoria pesano come macigni. Il voto gli concede tempo, ma la storia del Caucaso meridionale insegna che per i piccoli Stati incastrati tra imperi la libertà di manovra resta sempre stretta.

Fonte originale: ilcaffegeopolitico.net/1006342/larmenia-dopo-il-voto-la-riconferma-…

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