Strada acciottolata coloniale con edifici in stile spagnolo, balconate e carrozze tradizionali verdi.

L'impeachment della vicepresidente Sara Duterte segna la rottura definitiva dell'alleanza con il presidente Marcos e riporta al centro la storica rivalità tra i clan che dominano la politica filippina, con riflessi sugli equilibri tra Stati Uniti e Cina.

Filippine, l’impeachment di Sara Duterte e la resa dei conti tra due dinastie

La procedura di impeachment che pende sulla vicepresidente filippina Sara Duterte non è soltanto un episodio di conflitto istituzionale. È il capitolo più recente di una lunga storia di rivalità tra clan familiari che da decenni si contendono il potere nell’arcipelago, e riflette la natura profondamente personalistica della politica filippina, dove le alleanze si costruiscono e si sciolgono attorno a nomi di famiglia più che a programmi.

Un’alleanza nata per convenienza, finita nel rancore

Per comprendere la crisi attuale bisogna tornare alle elezioni del 2022. In quell’occasione Ferdinand Marcos Jr., figlio del dittatore deposto nel 1986, e Sara Duterte, figlia dell’ex presidente Rodrigo Duterte, si presentarono insieme come ticket vincente. Fu un’unione che sorprese molti osservatori: da un lato gli eredi della dinastia Marcos, il cui ritorno al potere segnava una clamorosa riabilitazione dopo la caduta della legge marziale; dall’altro la famiglia Duterte, forte del radicamento nel Sud del Paese, in particolare a Davao, e reduce dalla presidenza segnata dalla brutale guerra alla droga.

L’accostamento tra i due cognomi più potenti dell’arcipelago sembrava garantire stabilità. In realtà si trattava di un matrimonio di convenienza destinato a incrinarsi. Le tensioni sono emerse rapidamente su questioni di bilancio, sulla gestione dei fondi assegnati agli uffici della vicepresidenza e su divergenze crescenti in materia di politica estera. Sara Duterte, che aveva aspirato apertamente alla successione presidenziale, si è trovata progressivamente marginalizzata all’interno dell’amministrazione.

Le radici storiche del clientelismo dinastico

La forza dei clan familiari nella politica filippina affonda le radici nel periodo coloniale spagnolo e americano, quando l’amministrazione del territorio venne di fatto delegata a una ristretta élite di proprietari terrieri. Questa oligarchia locale, radicata nelle province, ha attraversato l’indipendenza del 1946 mantenendo intatto il proprio controllo. Le famiglie che dominavano un territorio hanno costruito reti di fedeltà personale, patronato economico e influenza elettorale che si sono tramandate di generazione in generazione.

La dittatura di Ferdinand Marcos padre, tra il 1965 e il 1986, rappresentò il tentativo di concentrare il potere in un’unica famiglia, ma la sua caduta con la rivoluzione popolare del People Power non smantellò il sistema dinastico: lo restaurò semplicemente in forma pluralistica, restituendo spazio ai clan rivali. Da allora la Costituzione del 1987 prevede formalmente il divieto delle dinastie politiche, ma la norma non è mai stata attuata da una legge applicativa, proprio perché il Congresso è popolato in larga parte da esponenti di quelle stesse famiglie.

Bandiera filippina con sole e stelle esposta su edificio con insegna Office of the President Presidential Management Staff.
La sede dell'ufficio presidenziale delle Filippine con bandiera nazionale in primo piano. — Foto: Ramon FVelasquez — BY-SA 3.0, via Openverse

Il meccanismo dell’impeachment

La messa in stato d’accusa di Sara Duterte, avviata dalla Camera dei rappresentanti, ruota attorno ad accuse di cattiva gestione dei fondi pubblici e ad affermazioni ritenute gravissime, tra cui presunte minacce rivolte allo stesso presidente. Il processo si svolge davanti al Senato, trasformato in tribunale, secondo un modello che ricalca da vicino la procedura statunitense, eredità del lungo periodo di dominio americano sull’arcipelago tra il 1898 e il 1946.

Non è la prima volta che le Filippine ricorrono a questo strumento: l’ex presidente Joseph Estrada fu sottoposto a impeachment nel 2000, mentre nel 2012 il presidente della Corte Suprema Renato Corona venne effettivamente rimosso. La storia recente dimostra dunque che il meccanismo può funzionare, ma anche che il suo esito dipende quasi sempre dagli equilibri politici del momento più che dalla sostanza delle accuse.

Le implicazioni per la politica estera

La posta in gioco travalica i confini nazionali. La famiglia Duterte è storicamente associata a una linea di avvicinamento alla Cina: Rodrigo Duterte, durante la sua presidenza, aveva perseguito un riavvicinamento economico con Pechino, allentando le tensioni sul Mar Cinese Meridionale. Marcos Jr. ha invece invertito la rotta, riavvicinando Manila agli Stati Uniti, rafforzando la cooperazione militare e assumendo posizioni più assertive nelle dispute territoriali con la Cina.

La rimozione della vicepresidente consoliderebbe quindi l’orientamento filoamericano dell’attuale amministrazione, in un contesto regionale sempre più segnato dalla competizione tra Washington e Pechino nell’Indo-Pacifico. Al tempo stesso, indebolire i Duterte significa liquidare un potenziale contendente in vista delle presidenziali del 2028, dove Sara avrebbe potuto candidarsi.

Al di là dell’esito processuale, la vicenda conferma quanto la democrazia filippina resti prigioniera della logica dei clan. Ogni scontro istituzionale rischia di apparire, agli occhi dei cittadini, come una faida privata tra famiglie potenti più che come un confronto sui destini del Paese. È una fragilità antica, che nemmeno le rivoluzioni popolari sono riuscite a sanare.

Fonte originale: ilcaffegeopolitico.net/1006326/le-filippine-si-preparano-al-process…

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