La Colombia ha riconosciuto le prime otto Entità Territoriali Indigene in Amazzonia, garantendo autogoverno alle comunità native. Ma violenza dei gruppi armati, mancanza di fondi e incertezza politica minacciano una vittoria storica.
Colombia, i popoli indigeni conquistano l’autogoverno in Amazzonia: ma è una vittoria fragile
Alla fine del 2025 la Colombia ha compiuto un passo che molti attivisti attendevano da decenni. Il governo del presidente Gustavo Petro ha riconosciuto ufficialmente le prime otto Entità Territoriali Indigene (in spagnolo Entidades Territoriales Indígenas, o ETI) nell’Amazzonia colombiana. Dietro questa sigla burocratica si nasconde un cambiamento profondo: per la prima volta interi territori abitati da comunità native possono amministrarsi quasi come farebbe un comune o una regione.
Per capire perché conti tanto, serve fare un passo indietro.
Che cosa sono le Entità Territoriali Indigene
In Colombia gran parte delle terre indigene è organizzata nei cosiddetti resguardos: aree di proprietà collettiva riconosciute alle comunità native. Un resguardo garantisce che la terra non possa essere venduta o pignorata, ma non dà alla comunità il potere di governarsi in modo autonomo. È un po’ come possedere una casa senza avere il diritto di decidere chi la gestisce: la proprietà c’è, ma il controllo amministrativo resta altrove.
Le ETI cambiano proprio questo. Un’Entità Territoriale Indigena diventa un livello di governo riconosciuto dallo Stato, al pari di dipartimenti (l’equivalente delle nostre regioni) e municipi. Ciò significa poter ricevere fondi pubblici direttamente, gestire i propri servizi sanitari ed educativi, e decidere secondo le proprie leggi tradizionali. In pratica, il passaggio da “proprietario della terra” a “amministratore del territorio”.
La possibilità era prevista dalla Costituzione colombiana del 1991, uno dei testi più avanzati al mondo in materia di diritti indigeni. Ma per oltre trent’anni le ETI sono rimaste sulla carta, bloccate dalla mancanza delle leggi attuative necessarie a renderle operative. Il riconoscimento del 2025 è quindi la concretizzazione tardiva di una promessa fatta a un’intera generazione.
Perché l’Amazzonia è il banco di prova
Non è un caso che il primo passo sia stato compiuto nell’Amazzonia colombiana. Questa regione ospita decine di popoli nativi e vaste porzioni di foresta ancora intatte. Le comunità che vi abitano sono da sempre in prima linea contro la deforestazione, l’estrazione mineraria illegale e l’espansione delle coltivazioni.
Riconoscere loro un potere di autogoverno significa affidare a chi conosce meglio quelle terre la responsabilità di proteggerle. Diversi studi mostrano che i territori gestiti da popolazioni indigene tendono a conservare meglio le foreste rispetto ad altre aree. In un momento in cui l’Amazzonia è considerata cruciale per l’equilibrio climatico del pianeta, la scelta ha quindi anche un valore ambientale, oltre che politico.

Le ombre dietro la conquista
Sarebbe però un errore leggere questa notizia solo come una vittoria. Il futuro dei popoli indigeni colombiani resta segnato da profonde incertezze.
Il primo problema è la sicurezza. Ampie zone dell’Amazzonia e delle altre aree rurali colombiane restano sotto il controllo di gruppi armati: dissidenti delle ex FARC (la principale guerriglia che nel 2016 aveva firmato un accordo di pace con lo Stato), bande legate al narcotraffico e altre formazioni illegali. In molti casi lo Stato colombiano semplicemente non è presente sul territorio. Un’entità di governo indigeno può esistere sulla carta, ma difficilmente potrà esercitare la propria autorità se chi comanda davvero, sul terreno, è un gruppo armato.
I leader indigeni sono tra le categorie più colpite dalla violenza in Colombia. Ogni anno decine di attivisti e capi comunitari vengono uccisi per essersi opposti a interessi illegali o a progetti estrattivi. L’autogoverno rischia dunque di scaricare nuove responsabilità su comunità che già pagano un prezzo altissimo.
Il secondo nodo è economico. Un’entità territoriale ha senso solo se dispone delle risorse per funzionare: fondi, personale formato, competenze amministrative. Senza un adeguato trasferimento di denaro dallo Stato centrale e senza un accompagnamento tecnico, le nuove ETI rischiano di restare gusci vuoti, con poteri formali ma nessuna capacità reale di erogare servizi.
C’è infine l’incognita politica. Petro, primo presidente di sinistra nella storia recente del Paese, ha fatto dei diritti indigeni e della difesa dell’ambiente una bandiera del suo mandato. Ma il suo governo è contestato e la Colombia si avvicina a nuove scadenze elettorali. Un futuro esecutivo di orientamento diverso potrebbe rallentare o svuotare il processo, lasciando le comunità a metà del guado.
Un modello da osservare
Al di là delle incertezze, l’esperimento colombiano merita attenzione ben oltre i confini del Paese. Molti Stati dell’America Latina ospitano popolazioni indigene numerose e conflitti irrisolti sull’uso della terra. Il modo in cui la Colombia riuscirà a far funzionare, o meno, le sue prime Entità Territoriali Indigene offrirà una lezione preziosa: sulla possibilità concreta di conciliare autonomia culturale, tutela ambientale e presenza dello Stato.
Per ora resta una conquista storica, ma ancora tutta da difendere.

