La presidente messicana Claudia Sheinbaum cerca una linea autonoma stretta tra la pressione degli Stati Uniti, il potere dei cartelli e l'eredità politica del suo predecessore. Una sfida con radici storiche profonde.
Sheinbaum e l’arte dell’equilibrio: il Messico tra la pressione di Washington e il potere dei cartelli
Quando Claudia Sheinbaum ha prestato giuramento come prima presidente donna del Messico, nell’ottobre del 2024, ha ereditato non solo la fascia presidenziale ma anche uno dei dilemmi più antichi della storia messicana: come governare un Paese schiacciato tra la vicinanza opprimente degli Stati Uniti e la presenza radicata di poteri criminali che sfidano lo Stato dall’interno. La sua sfida non è nuova. È, semmai, l’ultima incarnazione di una tensione che accompagna il Messico da quasi due secoli.
L’ombra lunga del vicino settentrionale
Il rapporto tra Città del Messico e Washington è segnato da una asimmetria storica che nessun trattato ha mai davvero cancellato. La guerra del 1846-1848 costò al Messico circa la metà del proprio territorio, ceduto agli Stati Uniti con il trattato di Guadalupe Hidalgo. Da allora, la classe politica messicana ha coltivato un nazionalismo difensivo che convive con una dipendenza economica sempre più stretta dal partner del Nord.
Questa dipendenza si è cristallizzata con l’integrazione commerciale: prima il NAFTA nel 1994, poi il suo successore, l’USMCA. Oggi gli Stati Uniti assorbono la grande maggioranza delle esportazioni messicane, e il Messico è diventato uno dei principali partner commerciali di Washington. Ma proprio questa interdipendenza è la leva che le amministrazioni statunitensi usano ciclicamente per imporre la propria agenda, dalla migrazione al narcotraffico. La minaccia dei dazi, agitata con particolare insistenza dalla nuova stagione politica statunitense, ha riportato Città del Messico in una posizione familiare: quella di chi deve trattare partendo da una condizione di debolezza strutturale.
I cartelli come contro-Stato
Il secondo fronte con cui Sheinbaum deve misurarsi ha radici altrettanto profonde. Il narcotraffico messicano nasce come fenomeno periferico nei primi decenni del Novecento, ma cresce fino a diventare un potere parallelo a partire dagli anni Ottanta, quando lo smantellamento delle rotte caraibiche della cocaina colombiana trasforma il Messico nel principale corridoio verso il mercato statunitense.
La svolta decisiva arriva nel 2006, con la cosiddetta “guerra al narcotraffico” lanciata dal presidente Felipe Calderón, che militarizzò il contrasto ai cartelli. Il risultato fu una frammentazione delle organizzazioni criminali e un’esplosione della violenza che ha prodotto centinaia di migliaia di morti e decine di migliaia di scomparsi. Lo Stato, in vaste zone del Paese, ha perso il monopolio della forza: i cartelli controllano territori, riscuotono tributi, condizionano elezioni locali e in alcuni casi erogano servizi che le istituzioni non garantiscono.
L’eredità di López Obrador
Sheinbaum proviene politicamente da Andrés Manuel López Obrador, il presidente che l’ha preceduta e di cui è stata alleata di lungo corso. AMLO aveva sintetizzato la sua strategia contro i cartelli nella formula degli “abbracci, non pallottole”: un approccio che privilegiava le cause sociali della criminalità rispetto alla repressione militare frontale. I critici hanno letto in questa linea una forma di tolleranza di fatto verso il crimine organizzato; i sostenitori vi hanno visto il tentativo di uscire dalla spirale di violenza aperta da Calderón.
Sheinbaum si muove ora in questo solco, ma con margini più stretti. Da un lato deve dimostrare continuità con il movimento che l’ha portata al potere; dall’altro affronta una pressione statunitense che spinge verso un approccio più muscolare, fino all’ipotesi — evocata da settori della politica americana — di designare i cartelli come organizzazioni terroristiche, con tutto ciò che questo implicherebbe in termini di sovranità.
La ricerca di un’autonomia possibile
La vera partita di Sheinbaum è quella della sovranità reale in un contesto di dipendenza. La sua strategia sembra puntare a concessioni tattiche a Washington — controlli migratori, operazioni contro il traffico di fentanyl, estradizioni — per proteggere il quadro commerciale e preservare margini di manovra interni. È un equilibrismo che ricorda, per certi versi, la tradizione della diplomazia messicana del Novecento: quella dottrina di non intervento e difesa della sovranità che permise per decenni al Paese di ritagliarsi spazi di autonomia pur nell’orbita statunitense.
La domanda che attraversa il suo mandato è se questo equilibrio sia ancora possibile in un’epoca in cui le pressioni si fanno più dirette e i poteri criminali più radicati. Sheinbaum, formatasi come scienziata prima che come politica, sembra affrontare il problema con approccio pragmatico. Ma la storia messicana insegna che tra la spada di Washington e il muro dei cartelli lo spazio per manovrare è sempre stato dolorosamente stretto.

