Opere d'arte figurative con volti e figure umane dipinti in stili geometrici e realistici, esposte in una galleria.

Il presidente eletto colombiano ha sospeso la transizione con l'amministrazione uscente di Petro: dietro lo scontro di legittimità, i dossier aperti su narcotraffico e negoziati con i gruppi armati restano in sospeso.

Bogotá senza staffetta: la transizione colombiana si trasforma in trincea

Sulla Carrera Séptima, la via che collega il Palacio de Nariño alle piazze dove Bogotá esercita da sempre il diritto costituzionale alla manifestazione, in questi giorni si nota una cosa banale eppure eloquente: nessuno dei due schieramenti ha smontato le tende. Chi ha vinto le presidenziali le tiene per celebrare, chi ha perso per contestare. È l’immagine plastica di una transizione che, prima ancora di cominciare, si è già arenata.

Il presidente eletto Abelardo de la Espriella ha annunciato la sospensione del processo di passaggio di consegne con l’amministrazione uscente di Gustavo Petro. La motivazione formale è la reciproca sfiducia; quella sostanziale è che i due uomini non si riconoscono a vicenda come interlocutori legittimi. Petro, primo presidente di sinistra nella storia della Colombia, aveva anticipato che non avrebbe accettato l’esito del ballottaggio del 21 giugno, vinto di misura da de la Espriella contro il candidato della continuità petrista. La risposta del vincitore è stata chiudere anzitempo la porta.

Un rituale che serve più di quanto sembri

La transizione presidenziale è una di quelle procedure che appaiono burocratiche finché non mancano. In un Paese con un bilancio pubblico complesso, una sicurezza frammentata e una macchina statale che va comunque tenuta in moto, i mesi tra elezione e insediamento servono a scambiare dossier: dove sono i soldi, quali negoziati con quali gruppi armati sono aperti, quali impegni internazionali scadono. Interromperla significa che il nuovo governo si insedierà con un margine di improvvisazione più ampio del solito.

La posta in gioco non è simbolica. La Colombia resta il fulcro dell’economia della cocaina a livello globale: secondo le stime dell’ufficio antidroga delle Nazioni Unite, la superficie coltivata a coca e la produzione potenziale hanno toccato negli ultimi anni livelli record, ben oltre le mille tonnellate annue. La politica di Petro, battezzata “paz total”, puntava a negoziare simultaneamente con dissidenze delle FARC, ELN e strutture del narcotraffico, trattando questi gruppi come attori con cui contrattare piuttosto che nemici da annientare. I risultati sono stati parziali e contestati. Un cambio brusco di dottrina, senza passaggio di consegne, lascia in sospeso decine di tavoli negoziali dove la posta è misurata in territori e in vite.

Guardia in uniforme cerimoniale colombiana con elmo piumato, davanti a cancellata ornamentale.
Guardia d'onore colombiana di fronte al palazzo presidenziale. — Foto: Lancero99 — CC0 1.0, via Openverse

Il dato che complica la narrazione

Qui conviene fermarsi su una statistica che scompiglia le letture ideologiche. Nonostante il record produttivo di foglia di coca, il valore aggiunto che la Colombia trattiene da quel commercio è modesto rispetto al prezzo finale sui mercati di consumo. La quota che resta al coltivatore andino è una frazione minima del valore al dettaglio in una città nordamericana o europea. Tradotto: la Colombia sopporta i costi in termini di violenza e instabilità, mentre i margini si accumulano lungo la catena logistica, molto più a valle. Chi promette di “vincere la guerra alla droga” con la sola forza dentro i confini colombiani sta affrontando un problema il cui epicentro economico si trova altrove. Chi promette la pace negoziata deve spiegare come si tratta con organizzazioni la cui redditività dipende da domanda estera che nessun governo di Bogotá controlla.

De la Espriella, avvocato dai toni marcatamente conservatori, incarna la reazione a Petro più che un programma alternativo dettagliato. La sua vittoria di stretta misura racconta un Paese spaccato quasi a metà, dove ogni transizione di potere rischia di diventare un referendum permanente sulla legittimità dell’avversario. È un copione visto altrove nel continente, dal Brasile al Perù: il ballottaggio non chiude la contesa, la sposta di sede.

Cosa osservare adesso

Alcuni indicatori diranno se lo stallo è tattica o rottura. Il primo è la reazione delle istituzioni elettorali e giudiziarie: se convalideranno formalmente l’esito, la contestazione di Petro resterà politica e non procedurale. Il secondo è la reazione dei mercati e del peso colombiano, sensibili a ogni segnale di incertezza sulla governabilità e sulla continuità del debito. Il terzo, meno visibile ma decisivo, è cosa faranno i gruppi armati durante il vuoto: un interregno senza coordinamento tra governo uscente ed entrante è, per attori razionali che gestiscono economie illegali, una finestra da sfruttare per riposizionarsi.

La Colombia ha già attraversato passaggi di potere ostili senza precipitare. Ma la sospensione della transizione non è un dettaglio di galateo istituzionale: è il segnale che due Colombie, quella di Petro e quella di de la Espriella, non condividono più nemmeno la grammatica minima che consente di consegnarsi le chiavi dello Stato. E le chiavi, in questo caso, aprono anche stanze in cui si trattano guerre.

Fonte originale: latinamericareports.com/colombias-president-elect-suspends-governme…

Articoli simili

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *