Washington autorizza circa due miliardi di dollari in sistemi di difesa aerea per Riyad. Un rifornimento di routine che dice molto sull'assetto tra Arabia Saudita, Houthi e negoziato con gli Stati Uniti.
Missili per Riyad: il nuovo pacchetto americano e i conti dell’aria saudita
Circa due miliardi di dollari in materiale di difesa aerea: è la cifra che Washington ha autorizzato per l’Arabia Saudita, un ordine di grandezza che a Riyad non fa più notizia e che a Capitol Hill passa ormai con la routine di una pratica amministrativa. Il pacchetto riguarda soprattutto sistemi di intercettazione e componenti di manutenzione, la parte meno spettacolare e più decisiva della guerra che il regno combatte da anni contro un avversario che spara verso il basso, dallo Yemen, con droni e missili che costano una frazione di quello che serve per abbatterli.
La sproporzione è l’unica costante affidabile di questa storia. Un drone d’attacco di fabbricazione economica si aggira sulle decine di migliaia di dollari; l’intercettore che lo distrugge ne costa spesso dieci volte tanto. Ogni sciame lanciato dagli Houthi verso le infrastrutture petrolifere saudite o verso i centri abitati vicino al confine impone a Riyad una spesa che cresce a ogni raffica, e che va reintegrata comprando all’estero. Il rifornimento americano serve esattamente a questo: tenere pieni i magazzini di un sistema difensivo che si svuota più in fretta di quanto la logistica locale sappia ricostituire.
Va ricordato dove eravamo un anno e mezzo fa. La tregua nello Yemen, mai formalizzata in un accordo di pace, aveva ridotto in modo netto i lanci verso il territorio saudita; i colloqui indiretti tra Riyad e la dirigenza di Sana’a sembravano avviati verso una spartizione praticabile. Poi è arrivato il fronte del Mar Rosso: gli Houthi hanno spostato il tiro sulle navi in transito verso il canale di Suez, dichiarandolo un gesto di solidarietà con Gaza, e il baricentro della loro attività militare si è allargato. Per l’Arabia Saudita questo ha significato un paradosso comodo e fragile insieme: meno colpi diretti sul proprio territorio, ma un avversario più armato, più esperto e meno interessato a chiudere la partita alle condizioni discusse in precedenza.

Il pacchetto di armi va letto dentro questo assetto. Non è la preparazione di un’offensiva — Riyad ha passato gli ultimi anni a cercare l’uscita dallo Yemen, non l’ingresso — ma l’assicurazione contro il ritorno dei lanci. La dirigenza saudita sa che la calma degli ultimi mesi dipende da una scelta altrui, non da una garanzia scritta, e che una nuova escalation regionale può riportare in fretta i droni sopra Riyad, Jeddah, gli impianti di Aramco. Comprare intercettori è il modo per restare fuori dal fuoco senza dover promettere nulla in cambio.
Per Washington la vendita ha una funzione che va oltre la difesa aerea di un cliente. È moneta di scambio nel negoziato più ampio che gli Stati Uniti conducono con l’Arabia Saudita: garanzie di sicurezza, cooperazione nucleare civile, e sullo sfondo l’ipotesi — congelata dalla guerra a Gaza ma non archiviata — di una normalizzazione tra Riyad e Israele. Ogni fornitura di armi è un tassello che tiene il regno agganciato all’orbita americana in un momento in cui la Cina offre corteggiamento diplomatico e la Russia vende greggio scontato. Il valore politico del pacchetto, per chi lo firma a Washington, supera il valore militare degli intercettori che contiene.
C’è poi il calcolo di Teheran, che agli Houthi fornisce tecnologia e disegni ma non li comanda punto per punto. Un’Arabia Saudita meglio difesa rende più costoso, per la rete di alleati iraniani, ogni tentativo di colpire il regno; ma rende anche meno necessario, per Riyad, cercare a tutti i costi un compromesso politico con Sana’a. La difesa che tiene lontani i missili tiene lontano anche l’incentivo a negoziare. È la contraddizione che accompagna ogni riarmo difensivo: protegge chi lo acquista e insieme lo dispensa dal risolvere il problema alla radice.
Resta il dato materiale, che pesa più delle dichiarazioni di intenti. Lo Yemen è ancora diviso, gli Houthi controllano la capitale e la costa, il governo riconosciuto sopravvive grazie al sostegno esterno. Le navi nel Mar Rosso continuano a deviare per il Capo di Buona Speranza, con costi che si scaricano sul commercio globale. E l’Arabia Saudita, che di quella guerra voleva liberarsi, si ritrova a finanziarne la versione difensiva a colpi di forniture americane. Due miliardi oggi, verosimilmente altri domani: la contabilità di un conflitto che nessuno dei protagonisti dichiara concluso e che nessuno sembra in grado di riaprire per intero.

