A Jobar, quartiere di Damasco distrutto in sei anni di prima linea, i vecchi abitanti tornano tra le macerie. Ma la revoca delle sanzioni e le stime miliardarie sulla ricostruzione non arrivano fin qui: si rialzano i muri a mano, un mattone alla volta.
Jobar, un quartiere che nessuno ricostruisce
Chi arriva a Jobar da est, entrando a Damasco dalla Ghouta, attraversa qualche chilometro di rovine che non somigliano a un bombardamento recente. Sono macerie stagionate, spianate dal tempo oltre che dagli obici: pilastri annegati nella polvere, scale che salgono verso piani inesistenti, tondini di ferro arrugginiti che si arricciano come vegetazione morta. Il quartiere fu tra i primi a passare in mano ribelle nel 2012 e tra gli ultimi a essere ripreso, nel 2018. Sei anni di prima linea. Non c’è edificio che sia rimasto intero.
Con la caduta del governo Assad nel dicembre 2024, i vecchi abitanti hanno cominciato a rientrare. Non tutti, e non per restare. Molti vengono a vedere, a cercare l’angolo di casa dove sapevano di avere sepolto qualcosa, a stabilire con gli occhi quanto resta di un indirizzo. La risposta, per la maggior parte, è: niente che si possa abitare.
Il problema di Jobar non è tornare. È che tornare non basta. Rimettere in piedi una casa richiede acqua corrente, una rete elettrica, fognature, un mercato dove comprare cemento a un prezzo sostenibile e un reddito con cui pagarlo. A Damasco est nessuno di questi elementi funziona in modo affidabile. Le famiglie che si vedono al lavoro tra i detriti lo fanno con secchi e mani, recuperando mattoni dalle macerie per rialzare un muro. È ricostruzione nel senso letterale e più povero del termine: un mestiere di sopravvivenza, non un cantiere.
Le stime ufficiali sui costi della ricostruzione siriana si muovono da anni tra i duecento e i quattrocento miliardi di dollari, cifre così grandi da diventare astratte. Servono a giustificare conferenze internazionali più che a orientare la posa di un tetto. Il governo di transizione a Damasco eredita casse vuote, un debito pesante, un apparato statale che deve essere ricostruito prima delle strade. Le sanzioni occidentali sono state allentate nel corso del 2025, con l’ordine esecutivo statunitense che ha smantellato buona parte del regime punitivo e le aperture europee sui settori bancario ed energetico. Ma passare dalla revoca formale al capitale che arriva davvero in un quartiere periferico di Damasco è un percorso lungo, e a Jobar quel capitale non si è ancora visto.

Qui conviene distinguere. Chi ha soldi, in Siria, li mette dove rendono: nel centro di Damasco, nelle zone commerciali di Aleppo, negli immobili che avevano un valore prima della guerra e lo riavranno. Jobar era un quartiere popolare, senza pregio catastale, con un valore fondiario che oggi si misura più nel debito da bonificare che nell’affare da cogliere. La rimozione delle macerie da sola è un costo, non un investimento. È il tipo di zona che nelle ricostruzioni del dopoguerra resta indietro per anni, perché la spesa pubblica arriva dove c’è visibilità politica e il capitale privato dove c’è profitto, e Jobar non offre né l’una né l’altro.
C’è poi una questione che a Damasco si preferisce non nominare troppo. Sotto la vecchia amministrazione era stata approvata una serie di piani regolatori che consentivano di riclassificare interi quartieri distrutti, ridisegnare la mappa catastale e assegnare i diritti sui terreni secondo criteri che escludevano di fatto chi non poteva dimostrare la proprietà con documenti spesso perduti sotto le macerie o mai posseduti. Il decreto numero 66 e la legge numero 10 furono lo strumento con cui, in altre aree di Damasco, la ricostruzione diventò un modo per cambiare la composizione degli abitanti. Il nuovo governo non ha ancora chiarito se e come manterrà quell’impianto. Per i residenti di Jobar la domanda non è teorica: dalla risposta dipende se la casa che stanno rialzando a mano resterà loro.
Le organizzazioni umanitarie che operano nella Ghouta lavorano su un margine sottile: fondi tagliati, priorità che si spostano continuamente tra le emergenze siriane, un accesso che dipende da autorizzazioni ancora in via di definizione. Lo sminamento dei residuati bellici procede lentamente, e finché un’area non è bonificata non ci si può nemmeno scavare in cerca di ciò che resta. Ogni tanto un incidente ricorda che le macerie non sono inerti.
Resta il paesaggio, che è la cosa più eloquente. Nella maggior parte dei conflitti la fine dei combattimenti è seguita, dopo pochi anni, da un fervore edilizio che cancella le tracce. A Jobar quel fervore non è arrivato, e il ritardo racconta con precisione dove si collochi questo quartiere nella scala delle urgenze siriane: molto in basso. Le famiglie che tornano lo fanno sapendo che lo Stato, chiunque lo governi, non verrà presto a rimettere in piedi le loro strade. Ricostruiscono comunque, un mattone recuperato alla volta, perché l’alternativa è un altro anno da sfollati altrove.

