Una nuova ondata di attacchi coordinati contro l'esercito maliano, rivendicati da separatisti tuareg e dal gruppo jihadista Jnim, mette in luce i limiti della strategia di sicurezza della giunta militare dopo la rottura con Parigi e l'apertura a Mosca.
Mali sotto assedio: l’offensiva jihadista e separatista mette alla prova la giunta militare
Una nuova ondata di attacchi coordinati contro postazioni dell’esercito maliano ha colpito diverse aree del paese, con rivendicazioni giunte sia da formazioni tuareg a guida separatista sia dal Jnim, la sigla legata ad al-Qaeda nel Sahel. L’episodio, per quanto inserito in una sequenza ormai pluriennale di violenze, segnala un salto di qualità nella capacità operativa dei gruppi armati e mette a nudo i limiti della strategia di sicurezza adottata dalla giunta militare di Bamako dal golpe del 2021.
Il Mali attraversa da oltre un decennio una crisi di sicurezza strutturale, innescata dalla rivolta tuareg del 2012 e aggravata dalla successiva penetrazione di reti jihadiste affiliate ad al-Qaeda e allo Stato Islamico nel Grande Sahara. Il collasso dell’autorità statale nelle regioni settentrionali e centrali ha creato uno spazio che diversi attori armati – etnici, jihadisti, criminali – hanno saputo occupare, spesso in competizione tra loro ma capaci, in alcune fasi, di convergenze tattiche contro il nemico comune rappresentato dallo Stato centrale.
Il contesto: dalla Francia alla Wagner
La svolta del 2021, con l’ascesa al potere del colonnello Assimi Goïta, ha segnato una rottura netta con Parigi: le forze francesi dell’operazione Barkhane sono state espulse entro il 2022, sostituite da consiglieri e unità paramilitari russe, oggi riorganizzate sotto l’insegna dell’Africa Corps dopo la dissoluzione formale del gruppo Wagner. Questa riconfigurazione ha comportato un cambio di dottrina: meno enfasi sulla protezione dei civili e sul dialogo con le comunità locali, maggiore ricorso a operazioni offensive spesso accompagnate da accuse di abusi contro la popolazione, in particolare nelle aree a maggioranza tuareg e fulani. Tali dinamiche hanno alimentato, anziché disinnescare, il consenso locale verso i gruppi armati, offrendo al Jnim un bacino di reclutamento e legittimazione presso comunità che si percepiscono marginalizzate o vittime di repressione indiscriminata.
Parallelamente, l’accordo di pace di Algeri del 2015, che regolava i rapporti tra Bamako e le formazioni del nord a maggioranza tuareg e araba, è stato dichiarato decaduto dalla giunta nel 2024, in un contesto di deterioramento delle relazioni con Algeri stessa. Questo ha rimesso in discussione l’architettura politica che per quasi un decennio aveva contenuto, sia pure in modo imperfetto, le rivendicazioni autonomiste del nord, riaprendo un fronte che si somma, senza sostituirlo, a quello jihadista.
Una convergenza tattica, non un’alleanza strategica
È importante non confondere la contemporaneità degli attacchi con un’alleanza organica tra separatisti tuareg e Jnim: le due componenti mantengono agende distinte, la prima orientata a un’autonomia o indipendenza territoriale, la seconda a un progetto di natura ideologica e transnazionale. Tuttavia, la pressione esercitata dalle forze governative e dai loro alleati russi su entrambi i fronti ha prodotto, in più occasioni negli ultimi anni, una convergenza tattica de facto: colpire simultaneamente le stesse guarnigioni consente di disperdere le risorse di un esercito già sotto pressione logistica ed economico, riducendo la capacità di risposta coordinata di Bamako.
Il Jnim, in particolare, ha ampliato negli ultimi due anni il proprio raggio d’azione ben oltre le regioni settentrionali, imponendo blocchi economici su Bamako attraverso l’interdizione dei rifornimenti di carburante e colpendo infrastrutture strategiche. Questa capacità di proiezione, che coinvolge anche zone limitrofe del Burkina Faso e del Niger, indica una maturazione organizzativa del gruppo, capace ormai di condurre operazioni complesse e simultanee su più teatri.
Implicazioni strategiche
Per la giunta di Bamako, la persistenza e l’intensificazione di questi attacchi rappresentano una sfida diretta alla narrativa di ripristino della sovranità e della sicurezza che ha giustificato la rottura con Parigi e l’apertura a Mosca. Il logoramento economico indotto dai blocchi jihadisti, unito ai costi diplomatici dell’isolamento regionale – il Mali ha lasciato l’Ecowas insieme a Burkina Faso e Niger, costituendo l’Alleanza degli Stati del Sahel – riduce i margini di manovra della giunta, sia sul piano militare sia su quello del sostegno popolare.
Sul piano regionale, la crisi maliana continua a fungere da laboratorio per l’espansione jihadista verso il Golfo di Guinea, un fenomeno che preoccupa attori come Costa d’Avorio, Ghana e Togo, e che alimenta il dibattito internazionale sull’efficacia dei modelli di sicurezza alternativi a quello occidentale. L’assenza di una exit strategy politica, capace di ricucire il rapporto con le componenti del nord e di offrire un’alternativa credibile al radicalismo jihadista, rischia di trasformare il Sahel centrale in un’area di instabilità permanente, con ricadute dirette sulla sicurezza dell’intera fascia subsahariana.
