Elicottero da attacco Rooivalk con mimetismo verde-marrone parcheggiato in aeroporto militare accanto a torre di controllo.

Pretoria riunisce un vertice sull'industria della difesa mentre i bilanci militari calano e Denel resta in crisi. In gioco c'è l'eredità industriale costruita ai tempi dell'apartheid e l'ambizione di autonomia strategica del Sudafrica.

Il Sudafrica prova a rilanciare la sua industria della difesa mentre i bilanci si assottigliano

Pretoria convoca l’ennesimo tavolo sulla difesa nel momento meno favorevole. Il Defence Industry Lekgotla – termine che nel sesotho indica un consiglio di anziani riuniti per deliberare – raduna funzionari, generali e produttori attorno a una domanda che il Paese rimanda da almeno un decennio: come mantenere in vita una base industriale militare costruita, non per caso, negli anni dell’apartheid e delle sanzioni internazionali.

È da quella radice che discende l’attuale paradosso. Isolato dagli embarghi negli anni Settanta e Ottanta, il regime di Pretoria si dotò di una capacità autarchica notevole: artiglieria, veicoli blindati resistenti alle mine, munizionamento. Da quell’eredità nacque Denel, il campione statale della difesa, e un tessuto di aziende private che per anni hanno esportato sistemi apprezzati sui mercati africani e mediorientali. Trent’anni dopo la fine del regime, quel patrimonio industriale sopravvive a fatica, eroso non da una guerra ma dai conti pubblici.

Denel è il caso emblematico. L’azienda, un tempo fiore all’occhiello dell’export sudafricano, ha attraversato anni di crisi di liquidità, stipendi pagati in ritardo, fuga di ingegneri qualificati verso il Golfo e l’Europa. I ripetuti salvataggi statali – le cifre riportate dai media locali negli anni scorsi parlano di iniezioni di capitale nell’ordine dei miliardi di rand, dato che non è stato possibile verificare in modo indipendente – hanno rallentato il declino senza invertirlo. Il tavolo di questi giorni serve, nelle intenzioni, a ridisegnare la strategia: cosa produrre, per chi, con quali risorse.

Militari in uniforme mimetica ispezionano un carro armato da combattimento in un'area di addestramento all'aperto.
Soldati esaminano un carro armato durante esercitazione militare in Sudafrica. — Foto: US Army Africa — BY 2.0, via Openverse

Il contesto è sfavorevole su più fronti. La spesa militare sudafricana è in calo strutturale rispetto al prodotto interno lordo: la Difesa nazionale lamenta da tempo l’impossibilità di manutenere la flotta, gli aerei e i mezzi terrestri con i fondi assegnati. Le forze armate che negli anni Novanta erano tra le più capaci del continente hanno visto ridursi disponibilità operativa e prontezza. Il dibattito sull’industria si intreccia quindi con quello, più ampio, sul ruolo che Pretoria vuole ancora giocare in Africa.

Perché la questione non è solo contabile. Il Sudafrica contribuisce a missioni regionali – dall’est della Repubblica Democratica del Congo alle operazioni nella regione, con perdite di soldati registrate negli ultimi anni – e un’industria della difesa in salute è parte dell’ambizione di autonomia strategica che Pretoria rivendica nei consessi internazionali. Difficile presentarsi come potenza di riferimento del Sud globale mentre i propri elicotteri restano a terra per mancanza di ricambi.

Sul tavolo ci sono alcune leve. La prima è l’export: i mercati africani e asiatici restano interessati ai blindati e ai sistemi d’artiglieria sudafricani, ma la concorrenza di Turchia, Cina ed Emirati si è fatta aggressiva, spesso con offerte di trasferimento tecnologico che Pretoria è in difficoltà a eguagliare. La seconda è l’innovazione: droni, guerra elettronica, sistemi senza pilota, settori dove la base industriale sudafricana conserva competenze ma fatica a finanziare la ricerca. La terza, la più delicata, è il rapporto tra pubblico e privato, con lo Stato indeciso da anni se rilanciare Denel o lasciare che siano le aziende private a raccoglierne l’eredità.

C’è poi un nodo geopolitico che rende ogni scelta più complicata. Le relazioni tra Pretoria e Washington si sono raffreddate, e alcune componenti dei sistemi d’arma sudafricani dipendono da tecnologie o certificazioni occidentali. Un riorientamento verso fornitori e clienti dell’Asia e del Golfo è possibile, ma comporta scelte politiche che il governo per ora preferisce non esplicitare. Il vertice sulla difesa è anche, sotto traccia, una discussione su con chi il Sudafrica vuole armarsi e a chi vuole vendere.

Le dichiarazioni d’intenti non mancano mai in questi consessi. Il problema, come nei precedenti tavoli, è la distanza tra le ambizioni annunciate e le risorse disponibili. Rilanciare un’industria della difesa richiede investimenti pluriennali, stabilità dei finanziamenti e una domanda interna solida: tre condizioni che oggi Pretoria non è in grado di garantire tutte insieme. Il rischio è che dal consiglio esca l’ennesimo documento di visione destinato a impolverarsi mentre gli ingegneri continuano a partire.

La vicenda occupa le pagine specializzate sudafricane e poco più. Fuori dal continente, il destino di un’industria della difesa che fu costruita per resistere all’isolamento non genera titoli. È una traiettoria che si consuma nel silenzio dei bilanci, lontano dai riflettori che si accendono solo quando le armi vengono usate.

Fonte originale: defenceweb.co.za/industry/industry-industry/defence-industry-lekgot…

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