Il confronto tra i fronti libanese e gazawi rivela come Israele, pur vittorioso militarmente su entrambi i teatri, affronti esiti politici profondamente diversi: più definito il successo contro Hezbollah, più incerto e privo di sbocchi quello contro Hamas.
Libano e Gaza: due fronti, due logiche di guerra per Israele
Il confronto tra i due teatri di guerra aperti da Israele negli ultimi anni, quello libanese contro Hezbollah e quello di Gaza contro Hamas, offre uno spunto analitico che va oltre la semplice cronaca militare. Pur inseriti nella stessa cornice strategica, quella della risposta israeliana all’attacco del 7 ottobre 2023 e alla successiva mobilitazione dell'”asse della resistenza” guidato dall’Iran, i due conflitti obbediscono a logiche differenti, producono esiti diversi e lasciano in eredità scenari regionali non sovrapponibili.
Se un cessate il fuoco stabile si consoliderà sul fronte libanese, l’elemento che emerge con maggiore nitidezza è la sconfitta militare di Hezbollah, non solo sul piano tattico ma anche in termini di capacità dissuasiva accumulata in quasi due decenni dopo la guerra del 2006. Israele, pur pagando un prezzo in termini di vittime civili libanesi paragonabile per intensità a quello registrato nella Striscia di Gaza, ha conseguito obiettivi militari e politici che appaiono più definiti e circoscritti rispetto a quelli perseguiti contro Hamas.
Obiettivi differenti, esiti differenti
La distinzione fondamentale tra i due fronti risiede nella natura degli obiettivi che Israele si è posto. Nei confronti di Hezbollah, Gerusalemme ha perseguito un obiettivo relativamente misurabile: allontanare la minaccia missilistica e infrastrutturale dal confine settentrionale, degradare la catena di comando dell’organizzazione sciita e colpirne gli arsenali più sofisticati, quelli in grado di minacciare il cuore del territorio israeliano. Si tratta di un obiettivo di deterrenza convenzionale, per quanto perseguito con mezzi e intensità inedite, che si presta a una valutazione relativamente oggettiva del successo conseguito.
Nel caso di Gaza, l’obiettivo dichiarato da Israele, l’eliminazione di Hamas come attore politico-militare capace di governare la Striscia, si è rivelato molto più sfuggente. Hamas non è soltanto una milizia armata ma un’organizzazione radicata nel tessuto sociale, amministrativo e ideologico di un territorio densamente popolato e privo di alternative politiche credibili emerse nel frattempo. La distruzione delle capacità militari dell’organizzazione, pur significativa dopo oltre un anno di operazioni, non ha comportato la sua scomparsa come attore di riferimento per una parte della popolazione palestinese, né ha prodotto un vuoto colmabile da una autorità alternativa in grado di garantire stabilità.
Questa differenza strutturale spiega perché, a fronte di bilanci umani e distruzioni materiali di ordine di grandezza comparabile, la narrazione del successo militare israeliano appaia oggi più solida sul fronte nord che su quello meridionale.
Il ruolo dell’Iran e la logica dell’asse della resistenza
Entrambi i fronti si inseriscono nella strategia iraniana di proiezione regionale attraverso attori non statali alleati, ma il peso relativo di Hezbollah e Hamas all’interno di questa architettura non è equivalente. Hezbollah ha sempre rappresentato l’asset più prezioso di Teheran, concepito storicamente come strumento di deterrenza contro un eventuale attacco israeliano o statunitense alle installazioni nucleari iraniane. Il suo indebolimento militare rappresenta quindi una perdita strategica di prima grandezza per l’Iran, che si trova ora privato del principale strumento di rappresaglia convenzionale in caso di escalation diretta.
Hamas, pur beneficiario di sostegno iraniano in termini di finanziamenti e tecnologie, ha sempre mantenuto un margine di autonomia decisionale maggiore rispetto a Hezbollah, e la sua funzione all’interno della strategia regionale di Teheran era meno centrale rispetto al ruolo di deterrenza assegnato al partito libanese. Questo elemento aiuta a comprendere perché l’Iran abbia reagito con relativa cautela al logoramento di Hamas, mentre il declino militare di Hezbollah pone interrogativi più profondi sulla tenuta complessiva dell’architettura di sicurezza costruita da Teheran negli ultimi vent’anni.
Il contesto interno libanese e palestinese
Le implicazioni interne ai due teatri sono altrettanto divergenti. In Libano, l’indebolimento di Hezbollah si inserisce in un sistema politico multiconfessionale dove l’organizzazione sciita, pur egemone nel proprio ambito comunitario, deve confrontarsi con altre componenti politiche, cristiane, sunnite e drude, storicamente insofferenti rispetto al suo predominio armato. Una eventuale ridefinizione degli equilibri interni libanesi, favorita dalla débâcle militare, potrebbe aprire spazi per una ricomposizione dello stato centrale, per quanto il precedente storico di analoghe fasi di indebolimento del partito non abbia mai prodotto trasformazioni strutturali durature.
Nella Striscia di Gaza, al contrario, non esiste un pluralismo politico paragonabile in grado di offrire un’alternativa di governo immediatamente praticabile. L’Autorità Nazionale Palestinese, delegittimata agli occhi di larga parte della popolazione gazawi e priva di presenza reale sul territorio dal 2007, non appare nelle condizioni di colmare il vuoto lasciato da un eventuale collasso amministrativo di Hamas. Questo squilibrio strutturale rende il “giorno dopo” a Gaza un problema politico di gran lunga più complesso rispetto a quello libanese, e spiega la riluttanza israeliana e internazionale a definire con chiarezza gli assetti di governance futuri della Striscia.
Le implicazioni per la postura regionale di Israele
Sul piano strategico complessivo, la gestione differenziata dei due fronti conferma la capacità israeliana di calibrare l’uso della forza in funzione di obiettivi specifici piuttosto che di una dottrina uniforme. Il fronte libanese, più circoscritto e misurabile, si presta a una exit strategy relativamente ordinata attraverso un cessate il fuoco negoziato, sul modello di quanto avvenuto in altre fasi di confronto con Hezbollah. Il fronte di Gaza, al contrario, rischia di trasformarsi in un impegno prolungato, privo di una exit strategy chiara, con costi politici, diplomatici e di immagine internazionale destinati a protrarsi ben oltre la cessazione delle operazioni militari attive.
Questa divergenza avrà verosimilmente riflessi sulla percezione regionale della postura israeliana. Un successo tangibile sul fronte libanese rafforzerebbe la credibilità dissuasiva di Israele nei confronti degli altri attori non statali legati a Teheran, dagli Houthi yemeniti alle milizie sciite irachene, mentre la persistente instabilità a Gaza continuerà a rappresentare un fattore di attrito nei rapporti con gli attori arabi regionali coinvolti nei processi di normalizzazione, e un elemento di tensione permanente nell’agenda diplomatica internazionale.
In definitiva, la lettura comparata dei due fronti restituisce un quadro in cui la superiorità militare israeliana, pur confermata su entrambi i teatri, produce esiti politici asimmetrici: una vittoria più definita, benché non priva di incognite di lungo periodo, nei confronti di Hezbollah; una situazione più aperta e potenzialmente instabile nei confronti di Hamas, dove il successo tattico non si è ancora tradotto in una soluzione politica sostenibile per il futuro della Striscia.
