La visita del ministro degli Esteri della nuova Siria a Beirut prova a ridisegnare un rapporto storicamente asimmetrico. Dalle radici del mandato francese all'occupazione militare, fino al crollo di Assad: perché il Libano è il banco di prova della Siria post-regime.
Siria e Libano, la fine di un’egemonia: da tutore ingombrante a vicino tra pari
La visita di un ministro degli Esteri siriano a Beirut, un tempo, non avrebbe fatto notizia: era la routine di un rapporto profondamente asimmetrico, in cui Damasco dettava e Beirut ascoltava. Oggi, invece, il viaggio istituzionale del capo della diplomazia della nuova Siria post-Assad segna un potenziale spartiacque. Il tentativo dichiarato è quello di ridefinire un legame secolare su basi inedite: non più la tutela di un fratello maggiore ingombrante, ma un rapporto tra Stati sovrani e formalmente paritari. Per capire la portata di questa promessa occorre risalire alle radici di una relazione tra le più complesse del Levante.
Due Stati nati insieme, mai davvero separati
Siria e Libano condividono un’origine gemella. Entrambi emersero dallo smembramento dell’Impero ottomano e furono affidati al mandato francese dopo la Prima guerra mondiale. Fu proprio la Francia, nel 1920, a ritagliare il Grand Liban ampliando l’antico territorio a maggioranza cristiano-maronita del Monte Libano con regioni prevalentemente musulmane. Molti nazionalisti arabi, e in particolare le élite di Damasco, non riconobbero mai fino in fondo la legittimità di questa separazione: per una parte consistente della cultura politica siriana, il Libano era una provincia artificialmente amputata dalla “Grande Siria”.
Questa mancata elaborazione del confine ha pesato per decenni. La Siria fu tra gli ultimi Paesi ad aprire un’ambasciata a Beirut, gesto che avvenne soltanto nel 2008, a testimonianza di quanto Damasco faticasse a considerare il vicino uno Stato pienamente autonomo.
L’ombra lunga dell’occupazione
Il capitolo più drammatico di questa asimmetria si aprì con la guerra civile libanese, scoppiata nel 1975. Nel 1976 l’esercito siriano entrò nel Paese, formalmente come forza di pacificazione nel quadro di un mandato della Lega Araba. Quella presenza militare, però, non se ne andò con la fine del conflitto nel 1990. Si trasformò in un’occupazione di fatto durata quasi trent’anni, durante i quali Damasco esercitò un controllo pervasivo sulla vita politica libanese: nomine, alleanze, equilibri confessionali passavano dal filtro dei servizi di sicurezza siriani.

La svolta arrivò nel 2005 con l’assassinio dell’ex primo ministro Rafiq Hariri, attentato che scatenò un’ondata di indignazione popolare passata alla storia come “Rivoluzione dei Cedri”. Sotto la pressione della piazza libanese e della comunità internazionale, la Siria fu costretta a ritirare le proprie truppe. Ma l’influenza non svanì: si trasferì su un piano indiretto, garantita dall’alleanza strategica tra il regime di Bashar al-Assad e Hezbollah, il potente movimento sciita libanese sostenuto anche dall’Iran.
Il crollo di Assad e la ridefinizione degli equilibri
È in questo contesto che va letta la caduta del regime di Assad, avvenuta alla fine del 2024 dopo oltre un decennio di guerra civile siriana. Il collasso di Damasco ha privato Hezbollah di una retrovia strategica fondamentale: la Siria era il corridoio attraverso cui transitavano gli aiuti iraniani verso il Libano. Al tempo stesso, l’indebolimento militare subito da Hezbollah nel confronto con Israele ha ridimensionato l’attore che per anni aveva incarnato la longa manus dell’asse Damasco-Teheran nel Paese dei cedri.
La nuova leadership siriana, emersa dalla vittoria delle forze che hanno rovesciato Assad, si trova dunque a ricostruire da zero non solo lo Stato, ma anche la propria proiezione regionale. E il Libano rappresenta un banco di prova decisivo. La scelta di incontrare rappresentanti di tutte le principali comunità libanesi — cristiane, sunnite, sciite, druse — segnala la volontà di presentarsi come interlocutore super partes, superando la logica del passato in cui Damasco puntava su una sola fazione per garantirsi influenza.
Le incognite del rapporto “tra pari”
Restano tuttavia nodi irrisolti che metteranno alla prova le buone intenzioni. Il primo è la questione dei confini, mai completamente demarcati, e delle enclave contese. Il secondo riguarda il destino delle centinaia di migliaia di rifugiati siriani presenti in Libano, un dossier di enorme peso sociale ed economico per un Paese già stremato da una delle peggiori crisi finanziarie della storia recente. Il terzo è il controllo dei traffici illeciti lungo la frontiera, storicamente terreno di scontro e di connivenze.
La retorica della parità è promettente, ma la storia insegna prudenza. Le relazioni tra Beirut e Damasco sono state segnate per un secolo da un’asimmetria strutturale che nessuna dichiarazione di intenti può cancellare in poche visite. Molto dipenderà dalla capacità della nuova Siria di consolidarsi internamente e di rinunciare davvero alla tentazione, ricorrente nella sua storia, di considerare il Libano un’appendice del proprio spazio strategico anziché un vicino sovrano.
