La campagna ucraina di attacchi in profondità colpisce duramente la Russia, ma la scommessa occidentale di costringere Putin al negoziato ignora una minoranza intransigente che dal dolore trae domanda di escalation, non di pace.
Russia: perché i raid ucraini non piegano la volontà del Cremlino
La campagna ucraina di attacchi in profondità sul territorio russo ha raggiunto un’intensità senza precedenti negli ultimi mesi. Colpite raffinerie, depositi di carburante, snodi logistici: l’obiettivo dichiarato di Kiev è alzare i costi materiali del conflitto per la Russia, con l’ambizione ulteriore di erodere il consenso interno verso Vladimir Putin e spingerlo così verso un negoziato. La strategia gode di ampio sostegno tra i principali Stati europei della NATO e ha trovato ascolto anche a Washington. La premessa è semplice: rendere la guerra sempre più dolorosa fino a produrre un malcontento tale da costringere il Cremlino al tavolo. È una logica lineare, ma poggia su un presupposto che merita un esame critico.
La logica della pressione e i suoi limiti
Il calcolo occidentale assume che la società russa reagisca ai costi crescenti in modo prevedibile: più dolore, meno sostegno alla guerra, maggiore domanda di pace. Per una parte consistente della popolazione questo ragionamento regge. Sondaggi di istituti indipendenti indicano che circa un terzo dei russi interpreta il conflitto in chiave strumentale — come difesa della sovranità nazionale o argine all’espansione della NATO — mentre un altro terzo non ha una posizione definita. Per questi segmenti, ogni rincaro del carburante e ogni colpo sul suolo nazionale alimenta il dubbio se la posta valga il prezzo. Il calo dei tassi di approvazione di Putin e la crescente propensione verso i negoziati registrati nei sondaggi sembrano confermare la tesi.
Il problema è che l’opinione pubblica russa non è un blocco omogeneo che reagisce agli stimoli in modo aritmetico. Accanto alla maggioranza “strumentale” e agli indecisi esiste una minoranza — stimabile intorno a un quarto della popolazione — che legge la guerra in termini morali: restaurazione di una giustizia storica, difesa della “civiltà russa”, scontro con un Occidente percepito come esistenzialmente ostile. Per questo campo la guerra non è un mezzo per ottenere obiettivi geopolitici delimitati, ma un fine assoluto. E qui la meccanica della pressione si inverte: ogni colpo subito non genera domanda di compromesso, ma richiesta di rappresaglia e di escalation.

Colombe silenziose, falchi rumorosi
La caratteristica decisiva del panorama russo è l’asimmetria tra le due componenti nello spazio pubblico. Chi vorrebbe una de-escalation per ragioni pragmatiche è costretto al silenzio: dal 2022 lo Stato ha aperto decine di migliaia di procedimenti per “screditamento delle forze armate” e centinaia di casi penali per “diffusione di informazioni false”. Argomentare per la fine della guerra, anche su basi di puro calcolo dei costi, espone al rischio di essere bollati come traditori. In assenza di attori politici capaci di dare voce a questo sentimento — l’unico partito che invoca apertamente una pace negoziata ha visto propri esponenti perseguiti — la maggioranza stanca resta muta.
La minoranza morale, al contrario, parla la stessa lingua del regime. Le sue richieste di intensificare lo sforzo bellico sono difficili da reprimere senza alienarsi la base più fedele, proprio quella su cui il Cremlino conta. Ne deriva un paradosso: i falchi possono attaccare per nome funzionari e generali, raccogliere fondi e materiale per il fronte, cercare protezioni negli apparati militari e di sicurezza, godendo di uno spazio di manovra negato alle colombe. Il potere è più riluttante a colpirli. La loro influenza politica risulta così sproporzionata rispetto al peso numerico, e la loro capacità organizzativa potrebbe, se la pressione aumentasse, tradursi in un condizionamento reale sulle scelte di guerra.
La trappola del Cremlino
Fin dall’inizio Putin ha gestito il conflitto entro limiti stretti: la definizione di “operazione militare speciale”, il rinvio della mobilitazione generale, il tentativo di ridurre l’attrito interno. Il modello della “guerra limitata” serviva a preservare un equilibrio domestico delicato. Ma è un modello che non soddisfa pienamente nessuno dei due campi: la maggioranza strumentale è logorata dai costi crescenti, la minoranza morale è frustrata dai limiti che ostacolano la vittoria totale. Ogni colpo significativo sul territorio russo rende più difficile mantenere quella posizione intermedia.
L’escalation aperta comporterebbe rischi che il Cremlino ha finora voluto evitare: una risposta occidentale più dura, tensioni con Cina e India, la mobilitazione impopolare tenuta deliberatamente a distanza. Ma la persistenza degli attacchi in profondità mette sotto sforzo l’intera strategia dell’attrito, fondata sulla scommessa di sopravvivere più a lungo dell’Ucraina e dei suoi sostenitori. Un colpo sufficientemente doloroso convaliderebbe la tesi dei falchi secondo cui la moderazione è stata un errore, generando pressione per rappresaglie. È questa la trappola: Putin è schiacciato tra una maggioranza silenziosa esausta e una minoranza rumorosa che considera qualunque compromesso un tradimento.
Implicazioni per la strategia occidentale
Nulla di tutto ciò implica che la campagna di Kiev sia sbagliata. Sul piano militare, gli attacchi in profondità distruggono assetti bellici, danneggiano l’infrastruttura energetica, complicano la logistica russa e migliorano la posizione negoziale ucraina. Il loro valore materiale è indiscutibile. Erodono inoltre il sostegno a Putin sia tra le colombe sia tra i falchi. Ma erodere il consenso non equivale a costruire una domanda di pace.
La distinzione è cruciale per chi disegna le politiche occidentali. Sostenere i raid in profondità per le loro ricadute militari è una scelta razionale; ritenere che quegli stessi raid possano costringere il Cremlino a un cessate il fuoco è una scommessa più fragile. La storia recente offre precedenti istruttivi: i tentativi di destabilizzare l’equilibrio interno russo hanno spesso rafforzato, anziché indebolire, le componenti più intransigenti. Documenti trapelati dall’amministrazione presidenziale russa segnalano peraltro che la consapevolezza di questa tensione esiste all’interno del sistema stesso, con l’ipotesi di un “disgelo controllato” per recuperare la maggioranza stanca e misure repressive per zittire la minoranza inquieta — un’operazione che comporterebbe rischi significativi di frattura nella base di potere.
La conclusione strategica è dunque di prudenza analitica: conviene disaccoppiare il sostegno agli attacchi in profondità dall’aspettativa che essi producano automaticamente un cedimento del Cremlino. Il rischio è che la pressione concepita per indebolire la mano di Putin finisca invece per rafforzare il campo più determinato a rifiutare qualsiasi intesa inferiore agli obiettivi massimalisti. In tale scenario si ripeterebbe una dinamica già osservata: una strategia occidentale di imposizione dei costi che genera non una ritirata russa e una pace congelata, ma una nuova giustificazione per l’escalation. Comprendere questa asimmetria tra logica strumentale e logica morale all’interno della società russa è la condizione per calibrare aspettative realistiche sul percorso verso una conclusione del conflitto.

