Il ministro degli Esteri siriano chiede all'Onu il ritiro israeliano dalle posizioni occupate dopo la caduta di Assad. Ma Damasco negozia senza leve militari, mentre sullo sfondo si discute un accordo di sicurezza mediato dagli Stati Uniti.
Siria: la nuova Damasco chiede il ritiro israeliano, ma senza leve
C’è un dettaglio geografico che conviene tenere presente prima di ascoltare le dichiarazioni. Da dicembre 2024, quando è caduto il governo di Bashar al-Assad, le forze israeliane hanno occupato la zona cuscinetto sul Golan sorvegliata fino ad allora dalla missione Onu di interposizione, e si sono spinte oltre, verso le pendici del monte Hermon e alcune alture del Quneitra. Non è un’incursione: sono posizioni tenute, presidiate, con lavori di fortificazione documentati dalle immagini satellitari. Il ministro degli Esteri siriano che oggi chiede a New York un ritiro immediato e incondizionato parla dunque di un fatto fisico, non di un’ipotesi.
La richiesta è la seconda o la terza formulata negli stessi termini da quando il nuovo esecutivo di Damasco, guidato dagli uomini che venivano da Idlib, ha assunto il controllo delle istituzioni. Ogni volta il copione è simile: incontro ad alto livello, appello al diritto internazionale, riferimento all’accordo di disimpegno del 1974 che Israele considera ormai svuotato dalla caduta del regime con cui era stato firmato. Ciò che cambia, di volta in volta, non è il contenuto ma il pubblico. Stavolta l’interlocutore è il segretario generale delle Nazioni Unite, e la scelta della sede dice qualcosa sulle opzioni realmente disponibili.

Perché il punto è proprio questo. La Damasco che chiede il ritiro non ha strumenti per ottenerlo. L’esercito siriano è in ricostruzione, frammentato tra le fazioni che hanno contribuito alla presa del potere e i tentativi di integrarle in una struttura unica. Le difese aeree ereditate dal vecchio regime sono state largamente distrutte nelle settimane successive alla caduta di Assad, quando l’aviazione israeliana ha condotto centinaia di raid su depositi di armi, arsenali chimici e infrastrutture militari, sostenendo di voler impedire che quelle capacità finissero in mani ostili. Il risultato è una sovranità che sulla carta rivendica i confini del 1974 e sul terreno non riesce a proteggere lo spazio aereo sopra la propria capitale.
L’asimmetria si legge meglio guardando cosa ciascuna parte porta al tavolo. Israele occupa terreno, controlla i cieli, e negozia dalla posizione di chi non ha fretta. Damasco offre in cambio la promessa di un governo che non ospiti forze iraniane o milizie ostili sul proprio territorio: esattamente ciò che la caduta di Assad ha già in parte realizzato, visto che l’asse tra Teheran e la Siria era il vero obiettivo strategico di anni di attacchi israeliani. Da questo lato, l’esito è già a favore di chi occupa: il corridoio che collegava l’Iran a Hezbollah in Libano attraverso il territorio siriano è oggi molto più difficile da percorrere di quanto fosse un anno fa.
Sullo sfondo si muovono le voci di un accordo di sicurezza più ampio, discusso con la mediazione degli Stati Uniti. Le indiscrezioni parlano di una possibile intesa che formalizzerebbe una zona smilitarizzata nel sud della Siria, con garanzie sul ritiro graduale in cambio di riconoscimento e normalizzazione. Nessun documento è stato reso pubblico, e la distanza tra ciò che filtra e ciò che è firmato resta ampia. Ma la direzione è indicativa: il ritiro non arriverà come applicazione di una risoluzione, arriverà — se arriverà — come merce di scambio dentro un pacchetto in cui Damasco concede sul piano della sicurezza ciò che non può difendere con le armi.
Va aggiunto il contesto interno, che pesa sulle trattative più di ogni appello all’Onu. Le violenze contro le comunità alauite sulla costa nella primavera scorsa, gli scontri nella zona drusa di Sweida in estate, con centinaia di morti e l’intervento israeliano dichiarato a protezione dei drusi, hanno mostrato quanto sia fragile il controllo del nuovo governo sul proprio territorio. Israele ha usato quelle crisi per giustificare la presenza militare come garanzia per le minoranze del sud, spostando il terreno del confronto dal diritto internazionale alla protezione umanitaria: un argomento che a Damasco riesce difficile contestare senza ammettere le proprie difficoltà a governare.
Resta la funzione dell’appello di oggi. Serve a fissare a verbale una posizione, a tenere aperto il fascicolo del ritiro affinché non venga archiviato come acquisito, a ricordare che l’occupazione è tale anche quando la controparte è troppo debole per rimuoverla. È diplomazia che lavora sul tempo lungo, nella speranza che un giorno le leve si riequilibrino. Per ora, chi tiene il terreno decide il calendario, e chi lo rivendica può soltanto chiederne conto in una sala che non ha modo di far rispettare le proprie risoluzioni.

