A dieci anni dalla sentenza dell'Aja che diede ragione alle Filippine, il verdetto resta lettera morta. La Cina ha consolidato basi e presenza navale, mentre l'ASEAN, divisa dai capitali di Pechino, non trova una linea comune.
Mar Cinese Meridionale: dieci anni dopo il verdetto, l’ASEAN conta i porti persi
Il 12 luglio 2016 il tribunale arbitrale dell’Aja stabilì che le rivendicazioni cinesi sulla cosiddetta linea a nove tratti non avevano base giuridica. Manila aveva vinto. Pechino non riconobbe la sentenza. Dieci anni dopo, il documento resta senza applicazione. Nessun meccanismo lo ha reso esecutivo.
Il primo anello è la rotta. Nel Mar Cinese Meridionale transita merce per un valore stimato attorno a 3.000-3.500 miliardi di dollari l’anno. Passa oltre un terzo del commercio marittimo globale. Chi controlla lo spazio controlla il pedaggio potenziale. La Cina ha scelto di controllarlo con la geografia costruita, non con il diritto.
Il secondo anello è la capacità fisica. Dal 2013 Pechino ha trasformato scogliere e atolli in isole artificiali. Su Fiery Cross, Subi e Mischief Reef sono comparse piste da oltre 3.000 metri, hangar, radar, sistemi antinave e antiaerei. Superficie recuperata: oltre 1.290 ettari secondo le stime di monitoraggio satellitare. Sono basi permanenti a centinaia di chilometri dalla costa cinese e a poche decine dalle acque rivendicate da Filippine, Vietnam e Malesia.
Il terzo anello è la presenza quotidiana. La flotta della guardia costiera cinese e la milizia marittima operano in modo continuativo attorno a Second Thomas Shoal e Scarborough Shoal. Nel 2023 e 2024 si sono moltiplicati gli episodi di cannoni ad acqua e speronamenti contro navi filippine impegnate nel rifornimento del BRP Sierra Madre, il relitto arenato che Manila usa come avamposto. Il diritto affermato all’Aja non ha spostato una singola nave.
Il quarto anello è l’ASEAN. Il blocco dei dieci paesi del Sudest asiatico lavora dal 2002 a un Codice di condotta con Pechino. Ventitré anni dopo, il testo non è né concluso né vincolante. La ragione è strutturale: l’ASEAN decide per consenso. Cambogia e Laos, legati alla Cina da investimenti infrastrutturali, bloccano ogni riferimento comune alla sentenza. Nel 2012 il vertice di Phnom Penh chiuse per la prima volta senza comunicato finale, proprio sul Mar Cinese Meridionale. Da allora il silenzio è diventato metodo.

Il quinto anello sono i capitali. La leva cinese sull’ASEAN è misurabile. La Cina è il primo partner commerciale del blocco: interscambio attorno ai 700 miliardi di dollari nel 2023. La Belt and Road ha finanziato ferrovie in Laos, porti in Cambogia, dighe e strade. Il porto di Ream, in Cambogia, ampliato con fondi cinesi, ospita ora navi militari di Pechino. Chi riceve infrastrutture non firma dichiarazioni ostili al finanziatore.
Il sesto anello è la reazione di Manila. Sotto la presidenza Marcos le Filippine hanno invertito la linea conciliante del predecessore. Nel 2023 hanno concesso agli Stati Uniti l’accesso a quattro nuove basi nell’ambito dell’accordo EDCA, portando il totale a nove, alcune rivolte verso Taiwan e verso le acque contese. Manila ha inoltre reso pubblici in modo sistematico i video degli incidenti con la guardia costiera cinese. La strategia è di trasparenza: documentare per costruire pressione internazionale in assenza di uno strumento coercitivo.
Il settimo anello è la deterrenza collettiva mancata. Il verdetto del 2016 non prevede sanzioni. Nessuna corte ha polizia. La sua forza dipendeva dall’adesione degli altri Stati. Ma il Vietnam continua le proprie attività di riempimento nelle Spratly, la Malesia mantiene un profilo basso per proteggere l’estrazione di gas offshore, l’Indonesia gestisce da sola le incursioni al largo delle Natuna. Ogni capitale negozia bilateralmente con Pechino. La linea comune non esiste.
Il risultato misurabile è una asimmetria consolidata. La Cina ha convertito un vuoto giuridico in un vantaggio operativo permanente: basi, radar, presenza navale continua. L’ASEAN ha convertito il consenso in paralisi. Il diritto internazionale ha prodotto una sentenza che nessuno esegue e che il tempo declassa a precedente accademico.
La variabile che può spostare l’equilibrio nei prossimi ventiquattro mesi è la tenuta dell’asse tra Manila e Washington: se le nuove basi EDCA diventano operative con dispiegamenti stabili, la Cina dovrà calcolare un costo militare finora assente. Se restano gusci vuoti, il decennio successivo somiglierà al precedente.

