Facciata illuminata di notte di un edificio neoclassico con colonne corinzie, timpano decorato e scritta Palais de Justice.

L'audizione al Senato su Todd Blanche, ex avvocato di Trump ora al vertice del Dipartimento di Giustizia, riporta al centro la questione dell'indipendenza della magistratura federale statunitense.

Il Dipartimento di Giustizia americano e la questione della lealtà

La domanda che a Washington si ripete è sempre la stessa: fino a che punto un vice procuratore generale risponde alla legge e fino a che punto risponde a chi lo ha nominato. Nel caso di Todd Blanche, che guida di fatto il Dipartimento di Giustizia dopo essere stato per anni avvocato personale di Donald Trump, la distinzione tra le due lealtà è diventata il centro di un’audizione al Senato.

Il percorso di Blanche è inconsueto anche per gli standard di un’amministrazione che ha fatto della fedeltà personale un criterio di selezione. Prima di assumere un ruolo apicale nel dipartimento, ha difeso Trump nei processi penali che lo hanno visto imputato: dal caso newyorkese sui pagamenti a Stormy Daniels fino ai fascicoli federali poi archiviati dopo la vittoria elettorale del novembre 2024. Passare dalla difesa di un cliente alla direzione dell’istituzione che quel cliente ora governa comporta un problema di misura che i senatori democratici hanno provato a quantificare.

Il punto non è retorico. Il Dipartimento di Giustizia statunitense ha coltivato, dalla stagione post-Watergate in poi, una prassi di distanza dalla Casa Bianca: regole interne che limitano i contatti diretti tra procuratori e staff presidenziale, protocolli sulle indagini che toccano figure politiche. Sono convenzioni, non norme costituzionali, e proprio per questo dipendono da chi le applica. Blanche ha già mostrato dove intende collocare l’ago della bilancia: sotto la sua gestione sono stati riassegnati o allontanati funzionari che avevano lavorato sui fascicoli riguardanti Trump, e sono state avviate revisioni interne su indagini considerate ostili all’amministrazione.

Chi lo difende ricorda che ogni nuovo vertice del dipartimento porta con sé un orientamento politico, e che i procuratori generali sono per definizione nomine dell’esecutivo. È vero. Ma esiste una differenza tra condividere una linea e avere personalmente rappresentato in tribunale l’uomo che oggi si trova al vertice del potere che il dipartimento dovrebbe poter indagare. La questione dell’indipendenza non riguarda le opinioni di Blanche, riguarda la sua capacità di dire di no.

Cupola del Campidoglio americano in silhouette al tramonto tra alberi scuri, cielo arancione e nuvoloso.
La cupola del Campidoglio al tramonto, simbolo delle istituzioni statunitensi. — Foto: takomabibelot — BY 2.0, via Openverse

I numeri di questa amministrazione aiutano a inquadrare la portata del riassetto. Nei primi mesi del secondo mandato, decine di dipendenti federali coinvolti nelle inchieste sull’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021 e nei procedimenti contro Trump sono stati rimossi o hanno lasciato l’incarico. Le grazie concesse ai condannati per quei fatti hanno superato il migliaio. Ogni singolo provvedimento è formalmente legittimo; è la loro somma a disegnare una direzione.

L’audizione al Senato serve a poco sul piano pratico. La maggioranza repubblicana rende l’esito prevedibile, e le domande incalzanti dell’opposizione producono soprattutto materiale per i comunicati. Ma il rituale della conferma ha una funzione che sopravvive al suo esito scontato: fissa a verbale le posizioni, obbliga il nominato a impegnarsi su formule che potranno essergli ricordate. Quando Blanche viene interrogato sulla propria autonomia rispetto alle richieste della Casa Bianca, la risposta che sceglie diventa un documento, non una promessa.

Il modello non è nuovo nella storia americana. Robert Kennedy fu procuratore generale mentre suo fratello sedeva alla Casa Bianca, e nessuno finse che si trattasse di un rapporto neutro. La novità sta nel contesto: un presidente che è stato imputato in più procedimenti penali, alcuni ancora teoricamente riattivabili, e un dipartimento che dovrebbe custodire proprio quei fascicoli. La sovrapposizione tra chi ha difeso e chi ora amministra restringe lo spazio in cui la giustizia può muoversi senza apparire strumento.

Resta la variabile dei tribunali. Diverse decisioni dell’amministrazione in materia giudiziaria hanno già incontrato il vaglio delle corti federali, e alcune sono state sospese. Il Dipartimento di Giustizia guidato da uomini vicini a Trump propone; i giudici, per ora nominati da presidenti diversi e vincolati a procedure più lente da manipolare, dispongono. È in questo scarto che si misura quanto le convenzioni post-Watergate reggano ancora, o quanto siano diventate memoria di un equilibrio che nessuno si sente più obbligato a rispettare.

Chi osserva da fuori i sistemi giudiziari altrui riconosce lo schema: la magistratura come terreno di conquista, la lealtà personale come requisito di carriera, l’indipendenza ridotta a formula da recitare in audizione. Che a praticarlo sia la democrazia che più a lungo ha esportato il principio della separazione dei poteri aggiunge alla vicenda un peso che i verbali del Senato non registrano.

Fonte originale: www.aljazeera.com/news/2026/7/15/todd-blanches-loyalty-to-trump-que…

Articoli simili

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *