Ufficiale americano in uniforme digitale stringe la mano a soldati sudafricani in uniforme mimetica davanti a un edificio.

In Sudafrica l'esercito affianca da anni la polizia contro le gang nelle township del Western Cape. Una risposta militare a un vuoto dello Stato che affonda le radici nella geografia dell'apartheid, e che il mondo osserva poco.

In Sudafrica l’esercito nelle strade contro le gang: la sicurezza che lo Stato non garantisce

Nei quartieri del Cape Flats, la periferia meticcia costruita dall’apartheid quando le comunità colorate furono deportate lontano dal centro di Città del Capo, i militari pattugliano le strade da mesi. L’operazione, avviata più volte dal 2019 e periodicamente rinnovata, affianca la South African Police Service (SAPS) nel contrasto alle gang che controllano il traffico di droga e armi. È un impiego dell’esercito in funzione di polizia interna, in un Paese che dell’esercito come strumento di ordine pubblico conserva una memoria pesante.

Il dato di fondo è la violenza omicida. Il Sudafrica registra da anni uno dei tassi di omicidio più alti al mondo: le statistiche ufficiali della SAPS parlano di oltre 27.000 omicidi l’anno negli ultimi cicli di rilevazione, con una quota rilevante concentrata proprio nel Western Cape e nelle aree urbane di Città del Capo. Le cifre sulle gang variano molto a seconda delle fonti e vanno prese con cautela: stime giornalistiche e di organizzazioni locali parlano di decine di migliaia di affiliati nella sola provincia, ma non esiste un censimento verificabile e i numeri circolanti restano non confermati.

Il ragionamento che emerge dal dibattito pubblico sudafricano è semplice e scomodo: l’esercito viene chiamato a coprire un vuoto. La polizia è sotto organico, mal equipaggiata in alcuni distretti, e in più occasioni accusata di collusione con le reti criminali che dovrebbe smantellare. Schierare i soldati produce un effetto immediato — meno sparatorie mentre i mezzi blindati sono all’angolo — ma non tocca le cause. Quando i militari si ritirano, il territorio torna ai gruppi che lo governavano.

La radice è più antica del post-apartheid. Il Group Areas Act e le rimozioni forzate degli anni Cinquanta e Sessanta hanno prodotto township segregate, prive di lavoro e di servizi, dove le gang hanno occupato lo spazio lasciato vuoto dallo Stato: prestito, protezione, impiego informale, identità. Trent’anni dopo la fine della segregazione legale, la geografia della violenza ricalca ancora quella mappa. Non è un dettaglio sociologico: è il motivo per cui un’operazione militare non basta.

Militari sudafricani su un veicolo blindato a sei ruote in una strada residenziale durante operazione di sicurezza.
Soldati sudafricani pattuglia in veicolo corazzato per operazioni anti-crimine urbano. — Foto: US Army Africa — BY 2.0, via Openverse

C’è poi la questione del ruolo delle forze armate. La South African National Defence Force è una struttura pensata per la difesa e per le missioni di pace regionali — dal Mozambico settentrionale alla Repubblica Democratica del Congo, dove nel corso del 2024 e all’inizio del 2025 i contingenti sudafricani hanno subìto perdite in scontri legati all’offensiva dell’M23. Impiegarla stabilmente contro la criminalità interna significa logorarne mezzi e uomini in un compito per cui non è addestrata, e sollevare la domanda su cosa accada quando l’emergenza diventa normalità.

Il governo di unità nazionale, nato dalle elezioni del 2024 che hanno tolto all’African National Congress la maggioranza assoluta per la prima volta dal 1994, eredita questo nodo senza soluzioni rapide. La popolazione delle aree colpite chiede presenza dello Stato; ma la presenza che riceve è quella in tuta mimetica, temporanea e costosa, mentre gli investimenti in polizia di prossimità, scuola e lavoro procedono lenti. La sicurezza diventa così una prestazione da noleggiare a intervalli, non un servizio garantito.

Le organizzazioni per i diritti civili segnalano un rischio ulteriore: l’abitudine a vedere l’esercito nelle strade abbassa la soglia di ciò che si considera accettabile in una democrazia. In un Paese che ha conosciuto lo stato d’emergenza militarizzato come strumento di controllo razziale, la normalizzazione del pattugliamento armato porta con sé un peso simbolico che nessun altro contesto avrebbe.

Fuori dai confini sudafricani, la vicenda circola poco. Le cronache internazionali si occupano del Sudafrica quando parla di BRICS, quando porta Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia, quando ospita un vertice. La violenza quotidiana nelle township del Western Cape — che in numeri assoluti pesa più di molti conflitti seguiti con attenzione dalle agenzie — resta materia interna, priva di titoli. Anche questa è una misura: il mondo guarda al Sudafrica come attore diplomatico, non come Paese che perde ogni anno decine di migliaia di persone in strade che continuano a portare i segni di dove furono tracciate.

Fonte originale: defenceweb.co.za/sa-defence-sa-defence/opinion-the-real-battle-our-…

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