Veduta aerea notturna di una città medievale densamente costruita con minareti e moschee illuminate al tramonto.

Mentre il percorso ONU verso elezioni unitarie resta bloccato da oltre un decennio, in Libia si consolida un modello alternativo di stabilizzazione basato sulla spartizione del potere tra élite locali, sullo sfondo di petrolio e rivalità tra potenze straniere.

Libia: quando la pace diventa affare tra élite, non tra popoli

Da oltre un decennio la Libia vive in una condizione che gli storici delle relazioni internazionali definiscono di “statualità sospesa”: un Paese formalmente unito nei confini ereditati dalla decolonizzazione italiana e britannica, ma di fatto frammentato in sfere di potere che rispondono a logiche tribali, regionali e militari più che a un’autorità centrale riconosciuta. Quello che oggi si osserva a Tripoli e Bengasi non è un evento improvviso, ma l’ultima tappa di un processo che affonda le radici nel collasso del regime di Gheddafi nel 2011 e nella parabola fallimentare degli interventi internazionali che ne sono seguiti.

Vale la pena ricordare che le Nazioni Unite intervennero in Libia con lo stesso approccio adottato in altri contesti post-conflittuali, come i Balcani negli anni Novanta o l’Afghanistan post-2001: costruire istituzioni democratiche dall’alto, attraverso elezioni e governi di unità nazionale sostenuti dalla comunità internazionale. Il Governo di Accordo Nazionale prima, e il Governo di Unità Nazionale poi, nascono da questa impostazione. Ma la Libia si è rivelata un caso particolarmente refrattario a questo modello, per almeno due ragioni storiche profonde: l’assenza di una tradizione statale unitaria paragonabile a quella di altri Paesi arabi (la Libia moderna è un’invenzione coloniale italiana del 1934, poi riunificata sotto Idris I solo nel 1951), e la sovrapposizione di identità regionali – Tripolitania, Cirenaica, Fezzan – che Gheddafi aveva tenuto insieme con un misto di repressione e cooptazione, non certo con l’edificazione di istituzioni condivise.

Il fallimento del modello elettorale

Le elezioni previste e più volte rinviate dal 2021 in poi rappresentano il sintomo più evidente di uno stallo strutturale. Non si tratta solo di disaccordi tecnici su leggi elettorali o requisiti di candidatura, ma del fatto che un voto nazionale rischierebbe di legittimare o delegittimare in modo irreversibile attori come Khalifa Haftar a est e le milizie tripoline a ovest, che hanno costruito il proprio potere proprio sull’assenza di un arbitro istituzionale superiore. È una dinamica che ricorda, con le dovute differenze, il Libano del secondo dopoguerra civile: un sistema in cui i signori della guerra si sono trasformati in attori politici senza mai rinunciare alle basi di potere militari ed economiche costruite durante il conflitto.

Di fronte a questo stallo, si fa strada un approccio diverso, meno ambizioso ma forse più realistico: non la ricostruzione di uno Stato unitario attraverso il voto popolare, bensì un patto di stabilizzazione tra le élite già esistenti. È un modello che ha precedenti importanti nella storia della decolonizzazione e delle transizioni post-belliche: si pensi agli accordi di potere condiviso in Bosnia dopo Dayton, dove la pace fu costruita non superando le divisioni etniche ma congelandole in un’architettura istituzionale che le riconosce e le perpetua.

Petrolio e rendita come collante

In Libia questo collante è soprattutto il petrolio. La National Oil Corporation, pur formalmente unitaria, gestisce da anni un meccanismo di distribuzione della rendita energetica che di fatto permette a est e ovest di convivere senza una vera riconciliazione politica. Questo ricorda il ruolo che la rendita petrolifera ha giocato in altri contesti di frammentazione, come la Nigeria del delta del Niger o l’Iraq post-Saddam, dove il denaro del greggio è servito più a comprare la pace tra fazioni che a costruire cittadinanza condivisa.

Sullo sfondo restano gli interessi delle potenze esterne. Come nella Libia del primo dopoguerra, quando Italia, Regno Unito e Francia si contendevano influenza sulle ex colonie italiane, oggi Turchia, Russia, Emirati Arabi Uniti ed Egitto sostengono fazioni diverse, trasformando il territorio libico in un terreno di competizione indiretta. La differenza sostanziale rispetto al passato è che nessuna di queste potenze ha oggi interesse a una vittoria totale di una parte sull’altra: la Libia divisa, ma stabile nella sua divisione, garantisce a ciascun attore esterno un accesso privilegiato a una porzione di risorse e di influenza, senza il rischio di un collasso totale che destabilizzerebbe l’intero Mediterraneo centrale.

La domanda che la storia pone, a questo punto, è se un simile equilibrio tra élite possa davvero sostituire un processo di riconciliazione nazionale, o se si tratti soltanto di un rinvio strutturale del conflitto, come già accaduto in altri contesti dove la pace tra i potenti ha lasciato irrisolte le fratture profonde della società.

Fonte originale: ilcaffegeopolitico.net/1006155/libia-dalla-transizione-onu-alla-sta…

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